Il mio terzo impiego (filatoio di Sovere)

Carissimi nipotini,
oggi voglio riprendere il racconto della mia storia lavorativa.

Siamo nel novembre del 1970 quando, dopo alcuni mesi dalla breve esperienza lavorativa alla Roberts Italia di Albano S. Alessandro, a novembre sono entrato in quello che la gente chiamava comunemente filatoio di Sovere, in realtà “TIS S.p.A.” dove sono rimasto fino al novembre dell’anno successivo.

Sempre a causa di una ristrutturazione aziendale, anche questo è stato un percorso abbastanza breve ma significativo per i contatti umani e per l’ampliamento delle mie conoscenze tecniche nello specifico campo della testurizzazione dei filati sintetici.

Sovere è un piccolo e caratteristico borgo di origine romana che si trova nella val Borlezza e prende il nome dall’omonimo fiume che divide in due il paese.

E’ situato subito dopo la città di Lovere ed è ad una decina di chilometri dalla Rondinera, il mio paese natale.

All’epoca non avevo ancora la disponibilità di un’auto e mancando la possibilità di collegamenti tramite il trasporto pubblico, si è subito posto il problema di raggiungere quotidianamente il posto di lavoro.

Fortunatamente è intervenuto il mio carissimo zio Santì che mi ha messo a disposizione la sua mitica Lambretta.

Per andare e tornare dal paese di Sovere, dovevo passare dalla Fermata Castello.

E’ appunto in questi passaggi quotidiani che ho incominciato a notare quella ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie e vostra nonna Lina.

Quindi se vogliamo usare un linguaggio poetico introdotto dal sommo poeta Dante, “galeotto” fu il mio nuovo lavoro e “galeotti” furono i miei passaggi in lambretta da e per lo stabilimento di Sovere.

Dopo questo aneddoto personale curioso e fortunato, voglio parlarvi brevemente del lavoro che veniva svolto in questo stabilimento.

Allora ma ancor più al giorno d’oggi, sono numerosissimi i manufatti tessili che presentano la peculiarità di essere elastici adattandosi così perfettamente al corpo o alle superfici da rivestire.

I tessuti sono composti normalmente da un intreccio di filati ed è proprio su questi che l’ingegno umano è intervenuto per conferire la caratteristica dell’elasticità.

Le operazioni che si svolgevano nello stabilimento di Sovere erano proprio mirate a trasformare un filato sintetico piatto in un filato voluminoso ed elastico.

Questa operazione, abbastanza complessa, necessità di macchinari specifici e tecnicamente viene chiamata “Testurizzazione”.

Questo procedimento e altri simili, si basano sulla proprietà della fibra sintetica di fissarsi con il calore.

Cercherò di spiegare sinteticamente la lavorazione partendo dal filato “piatto” che arrivava alla filatura di Sovere su grosse bobine.

Il filato sintetico si ottiene dalla estrusione di polimeri liquefatti spinti ad alta pressione attraverso una filiera che genera così dei filamenti che vengono poi raffreddati.                 Il filato può essere “monofilamento”, composto da un unico filo o “multifilamento” composto da più filamenti.

Per la trasformazione in filato elastico, è necessario partire da un “Multifilamento” (le fibrille sottilissime da cui è composto possono andare da un minimo di 8 ad un massimo di 100).

Attraverso azioni meccaniche queste fibrille vengono aperte e pieghettate.

Il successivo passaggio attraverso piccoli forni, fissa queste pieghettature che conferiscono al filato un aspetto più pieno e vaporoso, riducendo la lunghezza originale del filo.

A questo punto il filato è diventato elastico infatti, se sottoposto a tensione (si possono avere allungamenti addirittura fino al 500%), il filato riprende piano piano la sua lunghezza originale perdendo al contempo la sua voluminosità e la sua elasticità.

Naturalmente finita l’azione di allungamento il filato ritorna pieno e vaporoso nella dimensione che gli era stata conferita con il termofissaggio.

Dopo un fallimento e un paio di cambi di proprietà e dopo un secolo di presenza sul territorio, la filatura di Sovere ha chiuso definitivamente la produzione nel 2001.

Oggi al suo posto sorge un nuovo e moderno agglomerato urbano.

Purtroppo, come per tante aziende ma in particolare quelle tessili, è sempre più frequente la tendenza a delocalizzare nei cosiddetti “Paesi poveri”.

Ma siamo sicuri di essere così ricchi da poter rinunciare alle industrie manifatturiere dove eccellevamo ed avevamo acquisito e sviluppato delle conoscenze straordinarie?

Mi limito a questa interrogazione che esprime un mio personale sentimento di  amarezza.

Quello della progressiva delocalizzazione delle aziende italiane, ne siamo alla prova quotidianamente, è un argomento molto complesso che richiederebbe un capitolo a parte però io non ho le competenze per rispondere adeguatamente.

Vorrei terminare il racconto di questo mio terzo impiego con il ricordo di aver passato un anno pieno di impegno per acquisire questa nuova tecnologia, ma soprattutto con il ricordo di aver intrecciato ottimi rapporti di lavoro e amicizia.

Cari nipotini e cari giovani, non abbiate paura ad intraprendere e ad impegnarvi in nuove esperienze lavorative.

L’importante è di approcciarle con umiltà, desiderio di apprendere e la volontà di collaborare e creare rapporti di rispetto e di amicizia con le persone che incontrerete nel nuovo ambiente di lavoro.

Nonno Antonio

L’immagine di copertina è stata reperita dal sito della Pro Loco di Bossico

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