Carissimi nipotini,
questa letterina la scriviamo a quattro mani, io e la nonna Lina.
Abbiamo appena finito di leggere il libro di Gerry Scotti: “Che cosa vi siete persi”, un racconto piacevole e mai nostalgico dello stile di vita e degli oggetti della sua infanzia e giovinezza che coincide con la nostra.
È stata una lettura molto scorrevole.
Ogni argomento si è rivelato appetibile e succulento come le ciliegie e così, un capitolo tira l’altro e in meno che non si dica, siamo arrivati alla fine.
La descrizione degli oggetti e della vita di quegli anni lontani, hanno suscitato un fiume di ricordi della nostra infanzia.

Per noi e per Gerry Scotti, l’infanzia si è svolta in un piccolo paese senza molte risorse e senza molte comodità ma con una umanità e una solidarietà reciproca che non necessitava di porte blindate o di appuntamenti per andare a visitare un parente o un vicino.
Entrambi ora abbiamo la fortuna e la gioia della “nonnità” e la viviamo gioiosamente ogni giorno.
In fondo al suo libro l’autore invita i lettori a condividere ricordi e esperienze che si rifanno a quegli anni.
Noi aderiamo spontanei a questa sua richiesta continuando a riportare, ai nostri nipotini e a quanti seguono la nostra piccola rubrica, qualcuno degli episodi nei quali spesso ci siamo ritrovati e confrontati:
“Ti ricordi quando scendevamo in cortile e passavamo ore intere a giocare con niente?
Bastava un pezzo di corda per saltarci dentro da soli o in coppia e gareggiare a chi faceva un numero più alto di salti.
Bastavano anche delle caselle tracciate con il gesso nei cortili per divertirci saltando a gambe unite o su una sola gamba. Se non avevamo nemmeno la corda e il gesso, bastava la fantasia e qualche prodotto della terra.
Un sasso o un bastoncino di legno per segnare le caselle. Piccole bacche o sassolini potevano diventare l’oggetto di una gara per colpire un ipotetico bersaglio.
Una pianta o una casa dei vicini diventava il bersaglio o il traguardo per una corsa.
E ancora:
“Ti ricordi quando, vestiti con gli abiti vecchi dei nonni, si andava casa per casa nelle giornate del carnevale e per imitare la barba e i capelli si utilizzavano i filamenti, ”la barba” che avvolgeva le pannocchie di granoturco?” .
Era un po’ la formula antenata dello “Scherzetto o dolcetto”.
E continuando:
“Ti ricordi quando, tra urla pietose, uccidevano il maiale per macellarlo? Era un giorno di grande lavoro ma anche di festa familiare.
A pranzo accanto ai pezzi freschi di lonza arrostita c’era sempre la mitica “torta di sangue” cotta rigorosamente con le braci sopra il coperchio”.
Certo non c’era la giusta sensibilità verso gli animali che c’è adesso ma all’epoca non ci si poneva il problema perché il maiale costituiva spesso una fondamentale fonte di sostentamento per l’intero anno.
Io che sono un poco più vecchio, mi ricordo quando in casa non c’era ancora la luce elettrica e l’acqua potabile.
Per la luce si sopperiva con candele e lanterne, mentre l’acqua potabile la sia andava a prendere alla roggia con un secchio che si metteva poi sotto il lavandino.
Quando qualcuno aveva sete, si serviva direttamente dal mestolo che stava immerso all’interno del secchio.
Non c’era certo la lavatrice e mia mamma, come tutte le altre donne, per lavare andava alla roggia e si inginocchiava su una pietra posta a filo dell’acqua.
Il giorno del bucato era una giornata campale: mal di ginocchia, di schiena e nella stagione fredda, geloni alle mani perché erano continuamente immerse nell’acqua fredda.
A questo proposito mia mamma era solita raccontare che nel suo paese natale, Castelfranco di Rogno, non c’era la roggia e quando d’inverno doveva andare a lavare alla fontana, capitava spesso che dovesse rompere lo strato di ghiaccio.
Povere donne, per lavare disponevano solo della forza delle loro braccia, della corrente dell’acqua di una roggia o di una fontana, di un po’ di sapone di marsiglia e di lisciva ricavata da un trattamento della cenere della stufa.
Quando finalmente arrivò in casa nostra la prima lavatrice mia mamma la usava solo per sciacquare perché diceva: “la lavatrice non ha gli occhi per vedere dove sono le macchie”.
Espressione curiosa e colorita che però non era del tutto fuori luogo.
E per finire:
“Ti ricordi quando ci siamo conosciuti? La gioia dei primi giretti da soli, rigorosamente non oltre le 17 del pomeriggio, con la mitica lambretta di mio zio?
Ti ricordi il giorno del nostro matrimonio? Il pranzo, la commozione nostra e dei nostri genitori? Il viaggio di nozze alle Cinque Terre con la vecchia 500?”.
I ricordi del nostro matrimonio li abbiamo appena rivissuti il giorno di Pasqua, perché proprio in quel giorno è coinciso con il nostro cinquantunesimo anniversario.
I nostri: “Ti ricordi Lina…?”, “Ti ricordi Antonio…?, a Dio piacendo continueremo a raccontarli ancora a lungo tra di noi, ai nostri nipotini e a consegnarli ai posteri sulla nostra piccola rubrica.
Nonno Antonio e nonna Lina
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