Carissimi nipotini,
la festa della Pasqua ha origini pagane antichissime ed era nata per festeggiare il passaggio dal buio dell’inverno alla luce della primavera che coincideva con il risveglio della natura.
Molti secoli dopo venne utilizzata per ricordare il passaggio miracoloso del mar rosso del popolo ebreo che in questo modo passava dalla schiavitù d’Egitto alla libertà nella terra promessa.
Ancora molti secoli dopo venne utilizzata dal cristianesimo per celebrare la risurrezione di Gesù simbolo del passaggio dalla schiavitù del peccato ad una vita nuova di salvezza.
In tutte le sue mutazioni la Pasqua ha dunque conservato il significato di passaggio da una situazione di difficoltà, fisica o interiore, verso una condizione di libertà e prosperità.
Nel corso della storia dell’uomo ci sono stati e continuano ad esserci tanti momenti di difficoltà e di buio dove il desiderio di rinascita diventa impellente e fondamentale.
In questo particolare momento non possiamo fare a meno di essere preoccupati e spaventati dalla situazione socio politica attuale che sta mettendo a dura prova tanti popoli della terra e forse anche l’esistenza stessa dell’intera umanità.
Pensiamo soprattutto a quale incerto futuro consegneremo a voi cari nipotini e alla vostra generazione e per questo l’auspicio e l’augurio per questa Pasqua crediamo debba essere improntato sul passaggio e sulla liberazione dalle tante guerre verso una condizione di rispetto dell’altro e verso il raggiungimento di un minimo di condizioni di vivibilità umana per tutti i popoli della terra.
A questo proposito ci ha molto colpito la lettera che il Cardinale Battaglia ha indirizzato ai potenti della terra, rivolgendo loro un’accorata esortazione: fermatevi, restituite il futuro.
Non ne riporteremo il testo integrale anche se vi consigliamo di andarlo a leggere, ma ci limiteremo a riportarne alcune parti. Sono parole molto dure contro coloro che lui chiama fabbricanti di morte.
“…a voi che fate affari con il sangue degli uomini, a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli, a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo…”
La lettera continua poi denunciando la drammaticità e le mostruosità dei tragici effetti delle guerre:
“Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe.
Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore.
Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli. Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore”.
Nella sua lettera il Cardinale cerca anche di fare una diagnosi, di dare una spiegazione a questa tendenza al ritorno alla logica di Caino.
“La guerra non comincia quando cade la prima bomba. Comincia molto prima: quando il fratello diventa un ostacolo, quando il povero diventa irrilevante, quando la compassione viene giudicata ingenua, quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla”.
Questo è un richiamo alla responsabilità di tutti.
Le colpe non sono solo dei potenti ma sono anche di ciascuno di noi.
Nessuno, anche noi che siamo lontani e apparentemente non abbiamo nulla a che fare con la gestione del potere, può sentirsi tranquillo perché la pace si costruisce partendo dall’interno del nostro cuore, delle nostre case, dei nostri affetti, sui luoghi di lavoro, all’interno della piccola o grande comunità in cui viviamo.
La lettera non si limita però alla denuncia e all’analisi della deriva verso la legge del più forte ma si apre anche alla speranza di un’inversione di tendenza:
“Anche per voi c’è una possibilità di riscatto. Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua. Ma dovete scendere.
Scendere dal piedistallo del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto.
Dovete tornare uomini. Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari, uomini. Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità”.
Infine la speranza e il sogno di un futuro, speranza e sogno che diventa nostro e che condividiamo con voi come augurio per questa Pasqua.
“Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione. In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro, in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita. In cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere”.
Sia veramente una Pasqua di pace di serenità all’interno e fuori dalle nostre case.
Nonno Antonio e nonna Lina
L’immagine di copertina è tratta da Kodami.it
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