Carissimi nipotini,
nella letterina “Grido di sofferenza della natura” del 7 gennaio ho già attinto ad un paio di riflessioni dall’ultimo libro “I sentieri degli aghi di pino” di Mauro Corona.
Ora vorrei utilizzare l’originale intreccio del romanzo per spiegare meglio come i nonni tendano ad identificare le delusioni, i successi e soprattutto i sogni del loro passato attraverso le figure dei nipoti.
Nella sua originalità, ancora una volta Mauro Corona utilizza la tecnica narrativa di scrivere di sé in terza persona. Racconta la sua vita, i suoi errori, i suoi successi, il suo amore per la natura, la sua tristezza e le sue aspettative di futuro attraverso le figure di due ipotetici nipoti.
Due nipoti, un maschio e una femmina a cui non darà mai un nome chiamandoli semplicemente “il nipote e la nipote” o in seguito “l’imprenditore e la professoressa”.
Questi due nipoti sono caratterialmente diversi e opposti anche se uniti da un forte legame che non si spezzerà mai anche quando la vita li vedrà lontani e impegnati in attività diametralmente opposte.
Lei, dolce, sensibile, amante delle tradizioni, legatissima al nonno e difensora della natura e in particolare delle piante dei boschi, si laureerà in scienze forestali a Padova.
In un passo il nonno la descrive con queste parole:
“quella ragazza, cresciuta con sani principi, teneva appeso al muro un giudice severo e implacabile: lo specchio. Tutti i giorni si guardava. Non per truccarsi o avere conferma della propria bellezza, ma per capire se quel volto le rimproverava qualcosa. Se uno è onesto con il mondo, soprattutto non mente a se stesso, lo specchio è un testimone di verità. Quando non agisci bene ti rimprovera. Il volto, se nascondi qualcosa, lo dice ributtandoti addosso la menzogna che tentavi di celare”.
Lui, arrogante, arrivista e apparentemente insensibile. Sprezzante nei confronti del nonno e dei valori di un’etica montanara che lui cerca di inculcargli, si laureerà in ingegneria meccanica a Milano e inizierà la sua scalata al potere tagliando senza scrupoli boschi per poi commercializzare il legname.
“Aveva ricevuto da lui (dal nonno) insegnamenti di amore e di rispetto verso la natura, i boschi, le acque e tutto ciò che aiutava l’uomo a vivere. Ma le sue idee per il futuro rinnegavano tali insegnamenti. Aveva progetti audaci: voleva fare soldi, comprare automobili lussuose avere case in luoghi rinomati…
Siccome il nonno gli aveva sempre parlato degli alberi, decise di arricchirsi con quelli…Fossero nati al mare e gli avesse parlato dei pesci, probabilmente avrebbe fatto i soldi con la pesca”.
Attraverso il carattere, la vita e le azioni dei due nipoti, il nonno cioè Mauro Corona, vuole rappresentare le sue contrapposizioni interne, le sue lotte continue che spesso gli tolgono il sonno.
Racconta e contrappone un Mauro scorbutico, sfrenato cacciatore, arrabbiato con il suo papà e con il mondo intero, con l’altro Mauro, quello sensibile, quello che ama il suo paese, le persone povere, quello che ama scalare, scolpire, leggere e scrivere libri, quello che ama e rispetta la natura.
Con il passare degli anni le sue lotte interne sono diminuite lasciandogli una certa pace, anche se non arriverà mai a definirla felicità, e la saggezza che deriva dalle esperienze accumulate.
Cerca quindi di inculcare nei nipoti quanto lui, faticosamente, ha imparato dalla vita. Racconterà, avendolo provato sulla sua pelle, le scelte e il modo di vivere sbagliato della sua gioventù.
Racconterà il suo rimorso per non essere mai riuscito a manifestare un briciolo di comprensione e di perdono per il suo papà.
Racconterà i valori veri che, con l’avanzare dell’età, pian piano ha scoperto. Racconterà il modo di vivere giusto e onesto anche se più faticoso, un modo che genera emozioni e gioie durature che riempiono e riscaldano il cuore e danno un senso al vivere umano.
A questo punto della sua vita, quando diventa nonno ha probabilmente l’età attuale di 75 anni, spera che per lui ci sia ancora un futuro.
Si augura, immagina e descrive una vecchiaia prolungandola fino al lusinghiero traguardo di quasi 100 anni.
La constatazione dell’attuale età, la speranza e la prospettiva di una ancora lunga vecchiaia, la immagina e la descrive, riportando e tenendola ben in evidenza, una bellissima poesia di Mario de Andrade che racconta la vita con la metafora curiosa e particolarmente significativa di una confezione di caramelle:
“Ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo di vivere da qui in avanti di quanto non ne abbia già vissuto. Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle e le prime le ha mangiate velocemente, ma quando si è accorto che ne rimanevano poche ha iniziato ad assaporarle con calma…
Si…ho fretta…di vivere con intensità, che solo la maturità mi può dare. Pretendo di non sprecare nemmeno una caramella di quelle che mi rimangono…
Sono sicuro che saranno più squisite di quelle che ho mangiato finora”.
Anch’io ho la stessa età di Mauro e anch’io, a Dio piacendo, spero in un futuro dove ci siano ancora delle soddisfazione e in cui possa raccontare e lasciare qualcosa di positivo ai miei nipoti.
Per questo motivo apprezzo particolarmente la riflessione del poeta e soprattutto l’augurio finale che dice così:
“Il mio obiettivo è arrivare alla fine soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza. Spero che sia anche il tuo perché in un modo o nell’altro ci arriverai”.
Riportando questi piccoli passi del romanzo e con le mie modeste considerazioni, spero di aver stimolato la curiosità di leggere per intero il romanzo.
Chiudo complimentandomi e ringraziando Mauro Corona per i valori positivi nascosti tra le pagine, per le belle e sempre significative metafore e soprattutto per il messaggio di speranza di rinascita di questo mondo che, nel racconto e nella realtà, sembra sul punto di essere distrutto dall’egoismo e dalla sete di potere dell’uomo.
nonno Antonio
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