Carissimi nipotini,
di fronte al dilagare del fenomeno del “sempre connesso” e della crescente diffusione del sofisticato e subdolo mondo dei social, noi adulti non possiamo rimanere a guardare senza fare niente.
È sempre più frequente imbattersi in bambini in tenera età, spesso ancora nel passeggino, con gli occhi fissi ad uno smartphone, accanto ad una mamma compiaciuta o indifferente perché anch’essa completamente assorbita dal proprio cellulare.
Altrettanto frequente è osservare scene di coppie sedute allo stesso tavolo ma con gli sguardi rivolti ai rispettivi cellulari.
Ogni tanto qualcuno di loro, divertito dalle immagini che scorrono velocemente sotto le loro dita, sorride ma è un sorriso solitario, sterile, che non porta condivisione e gioia a chi sta accanto.
Non una parola tra di loro, non un commento, un ragionamento o una considerazione sulla quotidianità degli eventi e degli affetti.
Che tristezza!
Ma che futuro stiamo costruendo a questi ragazzi?
Qualcuno liquida il fenomeno dicendo che è un cambiamento epocale al quale non ci si può sottrarre.
La loro teoria è che la preoccupazione che qualcuno avverte può essere paragonata alla preoccupazione che fu percepita quando si diffuse la radio, il telefono, la televisione o gli altri ritrovati tecnologici che cambiarono il modo di vivere.
Personalmente penso che non sia la stessa cosa.
I progressi da gigante dell’informatica hanno consegnato al mondo degli strumenti con delle potenzialità straordinarie, inimmaginabili solo qualche decennio fa.
Al loro interno nascondono però delle strategie subdole che sottraggono la mente dal mondo reale inserendola in un mondo fittizio dove tutto è bello e dove tutto può essere risolto o modificato rapidamente con un semplice clic.
La vita reale non è così, le difficoltà o le cose che non ci piacciono non possono essere cancellate con un semplice clic, ma devono essere affrontate, magari sofferte per essere poi accettate e superate.
Solo così si forma un carattere pronto ad affrontare la vita con gli inevitabili ostacoli di natura fisica e morale che la quotidianità ci pone davanti.
Il mondo dei social è un mondo dove i contatti con le persone e con l’esterno sono solo virtuali, è un modo immaginario che si trova in uno schermo e che si gusta di più stando isolati nella propria casa e nella propria cameretta.
Ed è appunto partendo dall’immagine della cameretta che i due coniugi, Alberto Pellai e la moglie Barbara Tamborini, hanno intitolato il loro ultimo libro “Esci da quella stanza”.

Alberto Pellai, noto medico e psicoterapeuta e la moglie Barbara Tamborini, psicopedagogista e da sempre impegnata con il marito nelle problematiche infantili, hanno voluto affrontare scientificamente questo grosso problema che sta interessando e danneggiando soprattutto i ragazzi.
Con pazienza e grandissima competenza hanno esaminato il fenomeno in tutte le loro sfaccettature.
Il linguaggio che viene utilizzato in questo trattato può sembrare a volte molto tecnico, ma vi assicuro che vale la pena di leggerlo.
Ogni tanto le argomentazioni psicologiche, vengono interrotte e impreziosite con testimonianze pratiche o lettere di persone coinvolte direttamente in questo problema.
Siccome la mia preoccupazione e la mia conoscenza di questo argomento è semplicemente a livello istintivo, mi affido ciecamente alle considerazioni di questa coppia di professionisti e mi permetto, oltre a consigliare questa lettura, di riportare il testo della lettera disperata di una mamma.
“La vita da madre è diventata una guerra da quando sono arrivati i dispositivi digitali per figli.
Non li avrei mai voluti prima dei 13 anni, ma non siamo stati in grado di resistere alle richieste di omologazione di nostro figlio preadolescente.
La giornata è diventata una gimcana tra cellulare, Switch e computer, parental control e Family Link.
Un tira e molla tra modifiche di limiti per la ricerca scolastica e sotterfugi per aumentare i tempi di esposizione… sembra di vivere con un tossicodipendente, e questo mi fa molto male, oltre a far crescere una rabbia verso l’esterno e verso una società che comincio a detestare.
Noi genitori siamo soli mentre i nostri figli vengono violati continuamente sotto i nostri occhi…questo tira e molla di regole e strategie e sotterfugi è logorante… serve un sostegno psicologico per tutta la famiglia perché alcune volte in casa si hanno bambini che faticano più di altri e sono più soggetti alle dipendenze.
Purtroppo di questo si tratta, di droga digitale, e bisognerebbe parlarne in questi termini senza nascondersi.
A volte ci troviamo davanti a crisi di astinenza manifestazioni di rabbia violenta…come si fa?
Diventa un lavoro enorme da gestire… scusate lo sfogo di una mamma che lotta e cerca consigli e soluzioni da tre anni, provando di tutto.
Spesso rimpiango di non aver fatto nulla il giorno in cui in casa sono entrati cellulari, console e pc per i miei figli… con l’esperienza che ho oggi lo impedirei con tutta me stessa”.
È uno sfogo e un appello forte e toccante che dipinge forse una situazione estrema.
A questo appello il testo cerca di dare una risposta, una soluzione che non è e non può essere la demonizzazione e la distruzione degli strumenti informatici e del mondo dei social, ma deve necessariamente passare per un’educazione al corretto utilizzo di questi strumenti.
Non è facile: gli stessi autori lo hanno sperimentato direttamente e faticosamente nella loro vita di genitori di 4 figli.
Hanno cercato di favorire i vecchi gioghi di società, gli sport, le uscite con gli amici.
Hanno cercato il dialogo dando spiegazioni e cercando di far capire le possibili conseguenze negative; hanno dato loro regole restrittive sull’utilizzo; hanno assistito alla difficoltà di applicarle, alla trasgressione degli impegni presi, ai successi e agli insuccessi del difficile lavoro di educatori che passa tante volte anche attraverso a faticosi e necessari “no”.
Fortunatamente sembra che ultimamente stia aumentando la consapevolezza e la conoscenza di questo problema e si moltiplicano le iniziative locali di sensibilizzazioni.
La sensibilizzazione e lo sforzo di genitori sempre più preparati non sono però sufficienti.
Sarebbero necessari interventi delle grandi multinazionali che gestiscono il mondo online per eliminare i contenuti che minacciano la salute mentale e la sicurezza dei bambini.
Sarebbero necessari interventi delle politiche nazionali e internazionali per favorire programmi di informazione e mettere in atto politiche di controllo e di contenimento.
Purtroppo questi interventi, anche se da qualche parte vengono abbozzati, cozzano con il grande business mondiale e quindi finiscono per naufragare già sul nascere.
Il libro, nel capitolo finale “conclusioni”, racconta l’esperienza educativa personale degli autori.
Mettendo in campo tutte le loro conoscenze e con grande fatica sembra che ce l’abbiano fatta.
Ora tre dei loro quattro figli sono maggiorenni e riferiscono di utilizzare i nuovi strumenti tecnologici con moderazione e soprattutto con l’intelligenza della scelta delle loro funzioni e con la consapevolezza, acquisita in un faticoso lavoro di crescita e formazione, che la vera vita sta nei contatti umani, nelle relazioni e nelle emozioni che da esse si generano.
Nonno Antonio
