Al mio caro papà Pietro

(classe 1916 – detto anche Pierino dei “Braghi”)

Carissimi nipotini,
nell’occasione della festa del papà anche quest’anno non posso fare a meno di rivolgere un pensiero di affetto e gratitudine al mio caro papà, e vostro bisnonno, Pietro.

I miei ricordi del rapporto figlio-papà, risalgono ormai agli anni ‘60 – ‘70 del secolo scorso.

Il tempo non ha però cancellato i ricordi e i sentimenti che sono tutt’ora vivi e presenti nella mia mente e nel mio cuore.

A quell’epoca i papà, per educazione ricevuta o per mancanza di tempo, non erano molto presenti al fianco dei bambini.

Spesso, seguendo la filosofia che la figura del padre doveva essere severa e dare poca confidenza, i papà non usavano dimostrarsi troppo affettuosi nei confronti dei loro figli.

Ciò non impediva comunque che tra i due si instaurasse un fortissimo legame d’amore.

All’epoca gli adulti non avevano il problema di cosa fare nel tempo libero perché non ne rimaneva praticamente mai.

Infatti si lavorava anche il sabato e solo la domenica pomeriggio era concessa una piccola pausa che, per gli uomini, consisteva nel passare alcune ore all’osteria a giocare a carte con gli amici mentre le donne andavano a trovare o ricevevano la visita di parenti.

Mio papà, dopo una lunga giornata di lavoro in stabilimento, a casa aveva da governare gli animali da cortile e qualche lavoretto nella piccola officina di fabbro ricavata nella ex stalla.

D’estate poi c’era anche il lavoro del campo, dell’orto e del piccolo vigneto che coltivava con particolare cura e maestria.

In casa quindi il mio papà si ritirava solo all’ora di cena e, poco dopo, vuoi per la stanchezza, vuoi per la mancanza della televisione e di qualsiasi mezzo di intrattenimento, andava a dormire.

La mattina dopo la sveglia suonava alle cinque perché, dopo una breve colazione, inforcava la bicicletta con la quale percorreva quasi 10 chilometri per raggiungere il posto di lavoro.

Le giornate si ripetevano tutte uguali con lo stesso ritmo e con gli stessi impegni.

Volgendo uno sguardo al passato mi accorgo che, pur senza tanti complimenti, mi ha dato tanto affetto e mi ha insegnato tante cose.

Sicuramente mi è stato maestro nella manualità, nella capacità di creare e riparare, anche con pochi attrezzi, manufatti in ferro o in legno.

Da lui ho imparato la passione di lavorare la terra, la tecnica e la malizia della potatura delle viti.

In  lui ho ammirato e cercato di imitare sempre, oltre alla laboriosità, l’onestà e la solidarietà verso il prossimo.

Da lui ho ereditato anche l’amore e la passione per la musica da banda.

Per il mio papà uno dei pochi momenti di stacco dal lavoro, assieme alla domenica pomeriggio, era costituito da una uscita serale settimanale per le prove della banda e alcuni servizi domenicali dove la banda allietava e impreziosiva eventi particolari.

Il bombardino, questo era lo strumento che suonava, lo ha sempre accompagnato nella sua vita.

A sottolineare la mancanza quasi totale di equipaggiamento dei soldati italiani nella lunga e sanguinosa seconda guerra mondiale a cui a dovuto purtroppo partecipare, mi raccontava che si trovò ad attraversare il confine francese senza fucile ma con l’inseparabile bombardino a tracolla.

Anch’io, quando sono stato più libero nella cura dei miei figli, ho incominciato a studiare il saxofono, entrando a far parte della banda del paese.

Ma questo è un argomento che riprenderò in seguito.

Ora voglio continuare a ricordare la figura del mio caro papà.

Di lui, ho un ricordo tenerissimo relativo alla mia frequenza dell’asilo.

Prima che giustamente prendesse il nome di scuola materna, il luogo dove i bambini al di sotto dei sei anni passavano le loro giornate era chiamato asilo.

Quello che frequentavo io era distante da casa 2/3 Km.

Normalmente i pochi bambini del mio paese al mattino si riunivano in prossimità della strada provinciale e, accompagnati da un adulto, raggiungevano l’asilo a piedi.

Diciamo che era un po’ l’antenato dell’attuale ben organizzato “piedi bus”.

Quando c’era cattivo tempo diventava però un problema perché si rischiava di bagnarsi e di dover restare in quelle condizioni per il resto della giornata.

Una mattina che pioveva a dirotto, mio papà che per un motivo che non ricordo non era andato al lavoro, mi fece salire sulla canna della sua bicicletta e poi mi avvolse completamente sotto il suo mantello.

Dovete sapere, cari nipotini, che all’epoca i cappotti costavano troppo e quindi ci si accontentava di un ampio e pesante mantello chiamato tabarro.

Sotto al mantello del mio papà, sulla canna della bicicletta, raggiunsi in fretta l’asilo dove arrivai caldo e asciutto a dispetto del tempo inclemente.

La sensazione di affetto e protezione di quel viaggio mi è rimasta talmente impresa nella mente che la ricordo ancora con tanta dolcezza anche adesso dopo 70 anni.

Il mio papà non era un uomo di baci, probabilmente facendomi scendere dalla bicicletta quel giorno non mi avrà dato il bacio ma per me quel gesto ha significato molto di più.

Quando è venuto a mancare, purtroppo oltre 40 anni fa quando non aveva ancora 65 anni, mi sono pentito di non essere  sempre stato capace di dimostrargli il mio affetto, ma allora era così.

L’affetto, i genitori, lo dimostravano con la concretezza dei gesti e degli enormi sacrifici che dovevano fare per mantenere e crescere al meglio i propri figli.

I figli, a loro volta, dimostravano il loro affetto e la loro riconoscenza con l’impegno nei propri doveri da studenti, nell’obbedienza e nell’aiutare nei piccoli lavoretti domestici.

Come tutti i ragazzi, anch’io ho fatto qualche capriccio e ho dato qualche dispiacere al mio papà.

Ricordo in particolare di una volta che, avrò avuto 12 o 13 anni, mi sono rifiutato di aiutarlo  in officina.

Il compito di noi ragazzi consisteva normalmente nel far girare la manovella che alimentava la forgia.

Il calore che si manifestava dal carbone, serviva per rendere incandescente il ferro che poi mio papà modellava battendolo con maestria con il martello contro l’incudine.

Era la prima volta che mi permettevo di negare un aiuto al mio papà e quel rifiuto pian piano alimentò in me un rimorso crescente finché, verso sera, riuscii a trovare il coraggio di chiedergli scusa.

Ricordo ancora, come fosse adesso, la fatica che mi costò quel gesto ma soprattutto ricordo il sentimento di gioia e di pace che mi lasciò.

Concludendo, cari nipotini, ricordatevi ogni tanto di far capire al vostro papà quanto gli siete grati e quanto gli volete bene.

Se qualche volta vi capitasse di rispondere male, cercate di trovare il coraggio di chiedere scusa.

Per far contento un papà, basta poco.

È sufficiente uno sguardo dolce, una parola , un gesto o un disegno.

La sua bocca si aprirà al sorriso, la sua fatica si dissolverà e, l’indomani mattina, la mattina di ogni giorno, affronterà con rinnovata forza ed entusiasmo il non facile compito di “Papà”.

Nonno Antonio

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