La memoria delle atrocità nelle carceri (Auschwitz, Sednaya…)

Carissimi nipotini,
i più grandi di voi, quelli che frequentano la scuola primaria, incominceranno a sentire parlare del “giorno della memoria” legato alla data del 27 gennaio del 1945 quando l’armata russa entrò nella cittadina di Auschwitz scoprendo gli orrori del tristemente famoso campo di concentramento.

Il ricordo delle più grandi e impensabili atrocità che l’uomo abbia mai compiuto è diventato simbolo e monito per le generazioni future.

Purtroppo quei tragici avvenimenti che vengono ricordati ogni anno, non hanno cambiato l’egoismo e la crudeltà dell’animo umano.

Oggi nel mondo sono ancora attive ben 53 guerre, una più crudele dell’altra.

Parallelamente alle guerre combattute, oggi come allora, nascono luoghi di detenzione, torture e sterminio dove vengono rinchiuse e spesso fatte sparire tutte quelle persone che sono di ostacolo o osano ribellarsi ai regimi correnti.

La scoperta più recente di uno di questi luoghi è avvenuta l’8 dicembre appena trascorso ed è per questo che ho voluto intitolare questa letterina con “La memoria delle atrocità nelle carceri” limitandomi ad affiancare alla data del 27 gennaio 1945, la più recente data dell’8 dicembre 2024, senza ricercare e riportare le tante altre sparse per il mondo.

In questo giorno dopo la caduta del regime di Assad, le forze di opposizione entrano nel carcere di Sednaya, che negli anni aveva guadagnato il triste appellativo di “Mattatoio umano”.

Sono venuti alla luce gli orrori delle torture, delle esecuzioni e dei metodi per l’eliminazione dei corpi.

Si calcola che in questo carcere, in pochi anni,  siano state torturate e uccise più di 136.000 persone.

I prigionieri ancora in vita sono in condizioni fisiche al limite della resistenza.

Murati vivi per anni, sottoposti a torture quotidiane, sono psicologicamente distrutti.

Hanno completamente dimenticato le persone e la realtà nella quale vivevano e, molti si sono chiusi in un mutismo assoluto.

Singolare il ritrovamento di un bambino di circa 8 anni che era entrato in carcere con la madre quando aveva solo 3 mesi.

Gli psicologi dei “Medici senza frontiere”, ai quali va la nostra più grande gratitudine e ammirazione, di lui hanno detto:

“Il bambino non sa cosa sia un biscotto, un albero, un uccello, nemmeno un giocattolo con cui giocare. Non sa leggere ne scrivere.

Ha visto sua madre subire abusi fisici e sessuali. È stato davvero difficile parlare con lui”.

In mezzo a questa desolante condizione di sofferenza, di morte e di soppressione totale della libertà che sembra non avere fine, c’è chi non si rassegna e cerca con la le parole e la poesia di mantenere viva la speranza in una vita più umana.

Uno di questi è il poeta Faraj Bayrakfar che per le sue parole di denuncia contro il regime fu incarcerato per 14 anni i primi 6 dei quali trascorsi in completo isolamento.

Nella prefazione della sua raccolta di poesie intitolata “Il luogo stretto”, il poeta dice: “Ho esercitato la memoria per scriverci direttamente”.

Infatti è stato costretto ad imparare a memoria i suoi versi perché, durante l’isolamento, non gli erano stati concessi ne carta ne penna.

Ad ulteriore conferma del carcere duro e della fede nella “Parola”, riporto integralmente una parte dell’introduzione al libretto di Faraj scritta direttamente dall’autore:

“Ho passato i primi sei anni di prigionia completamente tagliato fuori dal mondo esterno, senza radio, né giornali né visite, senza il permesso di avere penne e fogli…

All’inizio avevo bisogno della poesia per conoscere la mia anima, per proteggerla, per mantenerla in equilibrio sul cammino tra perdizione e salvezza.

Pian piano mi sono accorto che la poesia è per me il più bel volo della libertà.

…è qualcosa che non può essere imprigionato. 

Ogni tentativo di creare un senso è un atto di resistenza contro il carcere e i suoi strumenti.

È vero che il numero di frustate che mi sono preso in quattordici anni di carcere ha quasi raggiunto il numero di parole che ho scritto, ma questo non ha fatto vacillare la mia fede nella parola, in particolare nella parola poetica, che proietta un’ombra verde di profezia, santità e conforto, e, se in Siria può portare in carcere il suo autore, può ugualmente schiudergli le porte della libertà”.

Di fronte a queste parole e alla copiosa testimonianza dei media sulle atrocità delle guerre, penso che non si possa aggiungere altro.

Per noi che fortunatamente siamo immersi nel benessere e non siamo nemmeno in grado di immaginare come possano sentirsi e vivere questi popoli, credo che il compito sia di evitare il pericolo dell’indifferenza e di promuovere, partendo dall’interno del nostro ambito familiare, sentimenti di rispetto, di comprensione, di amore e di pace.

Nonno Antonio

L’immagine di copertina è di Jessica East

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