1 novembre (Ognissanti): 15 anni dalla morte di Alda Merini

Carissimi nipotini,
la fine di ottobre e i primi giorni di novembre sono da sempre le giornate dedicate al ricordo dei nostri cari defunti.

Ognuno ha dei ricordi particolari. Ognuno ha modi diversi per ricordare.

Le chiese e i cimiteri ci aiutano a ricordare i nostri cari che ci hanno preceduto e ci invitano a pregare per le loro anime e per la loro intercessione.

Anche la festa più recente e apparentemente laica di Halloween che, dai paesi nordici si sta diffondendo in tutto il mondo, ha a che fare con il ricordo dei nostri defunti.

Halloween, infatti, significa letteralmente “veglia o festa di tutti i santi”, includendo nella parola santi, quelli proclamati ufficialmente dalla chiesa, ma anche ogni persona comune che ci ha preceduto.

Tutti questi modi ci invitano a ricercare nel nostro cuore e nella nostra mente i ricordi più belli dei nostri cari per mantenerli vivi nella nostra memoria, per imitare il bene da loro fatto e per consegnarli a voi che siete le generazioni future.

Proprio in questa ottica, in una delle mie ultime letterine, “dal cassetto del cuore e della mente”,  ho “rispolverato” un quadretto con le foto della mia famiglia di oltre 60 anni fa per far conoscere e mantenere vivo il ricordo della mia mamma e del mio papà.

Oggi, insieme al pensiero per i miei genitori e per i miei suoceri, attraverso la rievocazione del 15° anniversario della morte della grande poetessa Alda Merini, voglio ricordare e ringraziare tutte le persone che mi hanno preceduto.

Dalla profondità dei sentimenti e dalla bizzarria del proprio carattere, Alda Merini ha sempre avuto un approccio molto particolare con la morte.

Cattolica e credente anche se alla sua maniera, si è sempre circondata dalla profonda amicizia di importanti prelati quali il compianto Padre David Maria Turoldo e l’attuale Cardinale Monsignor Gianfranco Ravasi.

Mi ricordava, proprio in questi giorni un suo grande amico Alberto Casiraghy, che la Merini richiedeva spesso, anche ogni settimana, il sacramento dell’Estrema Unzione.

Al parroco che gli chiedeva il perché, lei era solita rispondere: “Tanto male non può fare”.

Alda Merini, anche nei momenti più difficili, anche in punto di morte, non ha mai perso la sua ironia .

A conferma di questi pensieri, riporto un piccolo passo del libro  di Maria Grazia Calandrone “Una creatura fatta per la gioia”.

Naturalmente Alda Merini non crede neppure alla morte. In una bellissima intervista  rilasciata a Sergio Carlacchiani, Alda smentisce la qualità sostanziale del morire, cioè il suo essere definitivo, racconta di oggetti che si spostano da soli, racconta di morti che si installano alle radici del nostro essere, sconvolgendolo.

Dice che i morti vogliono comunicare con noi, perché hanno una vita interiore. Forse. E, in effetti, chiunque l’abbia conosciuta, chiunque abbia avuto con la sua persona atemporale un dialogo profondo, sostiene che questo dialogo con lei continui ancora…

Nell’ottobre del 2009 la figlia Emanuela è costretta a ricoverarla al San Paolo di Milano. La degenza dura solo due settimane, nelle quali Alda fa in tempo a esibirsi davanti ai medici e infermieri in un concertino sulle canzoni di Renato Carosone.

Ma, quando vede tutte e quattro le figlie intorno al letto, capisce che è il momento di congedarsi.

La figlia Emanuela ricorda la mamma cantare con la maschera dell’ossigeno sulla bocca la strofa di Porta Romana, canzone popolare milanese che fa:

Ci son tre parole in fondo al cuore:

la gioventù, la mamma e il primo amore.

La gioventù la passa, la mamma muore

E restet cume un pirla col primo amore.

Così cantando se ne va, il primo novembre. Ci avevamo creduto tutti che fosse immortale.

In una delle tante biografie di Alda Merini (forse nello stesso libro della Calandrone anche se non sono più in grado di verificarlo) è contenuta una delle tante testimonianze degli incontri che Alberto Casiraghy aveva settimanalmente con la grande poetessa.

Voglio riportarla perché ha anch’essa a che fare con il tema della morte.

Merini prova grande interesse per i bulloni della Torre Eiffel, la stupisce che tutto quel ferro resti in piedi…

Ma Alda non andrà mai a vederla. Nè vedrà mai le cascate del Niagara, seconda metà dei suoi progetti di viaggio.

Merini morirà senza aver visto né cascate né torre.

Una scusa per tornare? “Chi sa. Lei non ha paura di morire”.

Alberto conserva il rossetto che Alda gli regala il giorno della morte. 

Non gli manca, non gli è mai mancata, perché lo abita.

Nella vita di Alberto è passato qualcuno talmente potente da essere incancellabile, ineliminabile.

Chiudo il mio resoconto della vivissima testimonianza di Casiraghy riportando un esilarante e sublime scambio di battute tra lui e Ada.

Ada: “Alberto, sai  che ho voglia di suicidarmi?”.

Alberto: “Ma non hai appena mangiato?”.

Con questo esilarante ma anche profondo aforisma perché in fondo sottolinea la ricchezza della vita e del vivere, chiudo la mia particolare riflessione sul ricordo delle persone care che ci hanno preceduto nella speranza che ciascuno di noi abbia a ricordare e ad imitare il meglio di quello che essi hanno fatto nel loro passaggio terreno.

Nonno Antonio

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