Carissimi nipotini,
la data dell’8 settembre del 1943, 81 anni fa, è una data tristemente famosa perché ricorda la firma del cosiddetto “armistizio” annunciato dal primo Ministro Pietro Badoglio.
Tale atto prevedeva la resa incondizionata del Regno d’Italia alle forze armate delle Nazioni Unite, interrompendo di fatto l’alleanza con la Germania nazista.
Purtroppo questo fatto non ha significato la fine della guerra ma l’inizio di un periodo di incertezze e disordini interni con lo sbandamento dell’esercito regolare e un inasprimento delle ostilità, delle atrocità e delle sofferenze del popolo italiano che terminarono solamente con la Liberazione del 25 aprile del 1945.
Questa comunque è storia, la triste storia della seconda guerra mondiali che voi studierete e approfondirete nel corso dei vostri cicli scolastici.
A dimostrazione che l’armistizio non costituì la fine della guerra è la storia personale del Sig. Giuseppe Bonanomi, nato a Pontida nel 1923 e arrestato a Roma in quanto oppositore politico, proprio l’8 settembre del 1943.
Caricato su un treno per bestiame assieme a molti altri deportati, dopo un lungo e massacrante viaggio durato 25 giorni, venne fatto scendere a Stettino, una cittadina della Polonia nord occidentale dove era stato allestito uno dei tanti campi di prigionia.
All’arrivo nel campo di concentramento venne messo in fila assieme a tutti gli altri prigionieri e l’ufficiale nazista che procedette all’appello, chiese se c’era qualcuno che conosceva il mestiere di panettiere.
Giuseppe, pur non avendo la minima idea di come si facesse il pane, alzò la mano.
Subito dopo lo stesso ufficiale gli chiese di scegliere un aiutante e lui indicò uno dei prigionieri della sua fila.
Tra i due ci fu subito una forte intesa che si trasformò in una profonda amicizia.
Probabilmente, grazie alla scelta di fare il panettiere, Francesco fu uno dei pochi che riuscì a salvarsi.
Rientrato in Italia alla fine della guerra, per molti anni non seppe più niente dell’amico con il quale aveva condiviso il lavoro, le privazioni e la paura quotidiana di essere inseriti negli elenchi delle esecuzioni.
Tornato a casa, trovò un lavoro a Milano, mise su famiglia e si trasferì a Cisano Bergamasco dove visse fino al 1999, anno della sua morte.
È stato un uomo di grandi capacità manuali e mentali.
Oltre al lavoro a Milano che tenne per 40 anni fino alla pensione, si dedicò con grande passione e disponibilità al volontariato nel proprio paese.
Parallelamente coltivò le sue notevoli capacità manuali e di fantasia creando numerosi oggetti artistici, grazie ai quali ebbe l’opportunità di andare all’allora famosa trasmissione televisiva Portobello.
Fu proprio durante la partecipazione televisiva che l’amico con il quale aveva diviso gli anni di prigionia lo riconobbe e lo contattò.
Da allora non si persero più di vista scambiandosi i ricordi tristi della prigionia ma anche quelli belli e positivi che riguardavano le famiglie, le attività e gli interessi che entrambi erano riusciti a creare nei lunghi anni di pace dopo la guerra.
A Giuseppe piaceva scrivere anche poesie perché gli permetteva di esprimere i propri sentimenti e di sentirsi quindi appagato.
Le sue poesie, raccolte in un libretto, sono semplici, ma sincere e piene di sentimenti che vengono dal cuore.

Da questo libretto riporto la struggente poesia che parla e ricorda gli orrori del suo internamento nel campo di Stettino.
La poesia si intitola “Fra il reticolato”.
Fra il reticolato
Rinchiusi nel lager con la corrente nel reticolato
la fame ti faceva sentire doppiamente imprigionato.
Le forze e le speranze venivano sempre più a mancare
la sera invocavi i tuoi cari e il casolare.
La dentro non avevi più nessun volto amico
ti terrorizzava la divisa nazista del nemico.
Recitavi il rosario con l’Ave Maria
pensavi “Chissà se vedrò ancora la mamma mia”.
Durante i continui spostamenti invocavi la morte
perché domani non sapevi com’era la tua sorte.
Quella perfida terra straniera metteva malinconia
con le inumane torture era una continua agonia.
Appena nati la nostra mamma ci aveva dato un nome
il tatuaggio imprimeva la matricola al posto del cognome.
Eravamo degli ostaggi, sottoposti alla decimazione
segregati in campi di stermino pronti all’esecuzione.
Chi sono coloro che hanno voluto la guerra?
ho perso la vista ma cerco ancora la mia terra.
Fra tanti deportati sono uno dei sopravvissuti
e rivedo i miei compagni nel lager deceduti.
Ma tu che non hai fatto più ritorno
chiedi al buon Dio misericordia e perdono…
Le parole di questa poesia mi hanno profondamente commosso al punto che non me la sento di aggiungere niente altro.
Una cosa però mi sento di dirla ed è l’ammirazione per il Sig. Bonanomi e per tutti coloro che come lui hanno vissuto la tremenda esperienza della guerra regalando alle generazioni future lunghi anni di pace e di benessere.
Per me, per voi nipotini che sarete la società di domani, queste parole siano di monito affinchè si aborrisca, sempre e dovunque, qualsiasi forma di guerra.
Nonno Antonio
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