Carissimi nipotini,
oggi, 28 luglio 2024, ricorre il triste anniversario dello scoppio della Prima guerra mondiale.
Per voi sarà certamente materia di studio ma vorrei che diventasse anche monito per aborrire ogni guerra.
Anche oggi come allora, nella nostra Europa e nel mondo intero ci sono pericolosi focolai di guerra che minacciano di divampare in un altro spaventoso incendio mondiale.
La guerra del 15-18 inizialmente era nata come guerra europea ma ben presto coinvolse anche paesi extraeuropei come l’Impero Britannico, gli Stati Uniti d’America e l’Impero Giapponese.
Per questo motivo fu chiamata tristemente “Prima guerra mondiale”.
Fu soprattutto una logorante guerra di trincee scavate faticosamente sulle cime delle montagne che segnavano i confini tra le varie nazioni.
La prima guerra mondiale è stato uno dei più sanguinosi conflitti dell’umanità.
Si calcola infatti che persero la vita quasi 10 milioni di soldati oltre a circa 21 milioni di feriti, molti dei quali rimasero menomati per tutta la vita.
Il bellissimo romanzo “Fiore di roccia” di Ilaria Tuti descrive appunto la guerra di trincea sulle alpi Carniche e più precisamente sulle vette del Piccolo e Grande Pal.
La guerra è incominciata da poco lassù nelle trincea ai confini con l’Austria e i soldati italiani si rendono presto conto che queste aspre montagne non consentono dei collegamenti con il fondo valle e, senza rifornimenti di viveri e munizioni, non si può resistere.
Ed è per questo che un Ufficiale, durante una cerimonia religiosa, entra in chiesa e chiede, attraverso il parroco Don Nereo, l’aiuto delle donne presenti.
“Don Nereo è turbato quando si rivolge a noi. “I battaglioni schierati nella Zona Carnia sono in difficoltà” annuncia. “Il comando logistico e quello del Genio chiedono il nostro aiuto. Servono spalle, per assicurare i collegamenti con i depositi del fondovalle”..
La voce del prete ha tremato invocando il nostro aiuto, e io so perché. Prova vergogna. Sa che cosa ci sta chiedendo. Sa che cosa significa salire questi pendii impetuosi, per ore, e farlo con le granate che tuonano come l’ira di Dio sopra le teste”.
Inizia così il silenzioso e fondamentale lavoro di un numero nutrito di donne che ogni giorno raggiungono faticosamente la vetta scaricando il prezioso contenuto delle gerle e portando a valle i cadaveri dei soldati che poi seppelliscono.
Il tutto viene fatto spesso con le pance vuote perché il cibo scarseggiava e il poco che riescono a racimolare viene per primo riservato ai bambini e agli anziani.
Le gerle sulle spalle scavavano solchi nella pelle.
I piedi sono ricoperti dai caratteristici “scarpez”, calzature fatte con vari strati di tessuto recuperato cuciti assieme.
Queste calzature contrariamente a quanto uno possa pensare, oltre che non costare nulla, sono particolarmente adatte per andare in montagna perché sono molto flessibili e permettono al piede di aderire perfettamente ad ogni pietra.
Per contro proteggono poco dal freddo e si consumano rapidamente.
Ecco come la protagonista, Agata Primus, descrive all’Ufficiale le proprie condizioni fisiche dopo la prima salita.
“Lascio scivolare un po’ lo scialle. Poche dita, quanto basta per scoprire il collo arrossato dalla gerla, le macchie di sangue sulla camicia all’altezza delle spalle.
Punto un piede sull’altro e tolgo gli scarpez.
Appoggio i piedi sulla nuda terra, l’aria sulla pelle mi fa capire che è come pensavo: le ore di camminata in salita hanno consumato la lana già lisa delle calze e le mie dita si offrono livide al suo sguardo”.
All’interno del romanzo si inserisce poi la storia del cecchino austriaco Ismar che Agata prima ferisce e poi, presa dal rimorso, lo va ha cercare e lo cura.
È una continua battaglia interiore che da un lato vede nel soldato austriaco il nemico spietato e dall’altro riconosce nel nemico semplicemente un uomo costretto a combattere per il proprio paese.
Ecco i pensieri di Agata quando, dopo averlo ferito, invece di lasciarlo al suo destino nel bosco, lo porta a casa sua.
“E ora eccoti, diavolo straniero, nel letto che è stato di mio padre.
Mantello e scarponi sono già nella cassapanca, assieme a fucile, calze e guanti. Questa casa si sta riempiendo di segreti.
Srotolo il passamontagna e scopro il viso. Per un attimo mi tremano le gambe.
Il diavolo astroungarico non sembra più così crudele.
C’è qualcosa di nobile nei tratti mascolini e nulla delle vignette che lo ritraggono con mascelle da cane, collo taurino e occhi impassibili.
Ricordo il suo sguardo, prima dello sparo: la sorpresa lo accendeva di mille turbamenti.
I giornali scrivono che i Freiwillige Shutzen accolgono giovinetti di 16 anni come tiratori volontari e che la genia del nemico è spietata per natura: il solo fatto che respiri è fonte di pericolo.
Ma io, di fronte, ho solo un giovane uomo ferito.
La convalescenza di Ismar è lunga e complicata dagli sviluppi della guerra e dagli stati d’animo dei due che pur sapendosi nemici, tendono a vedono nell’altro il lato umano.
Il nascondiglio di Ismar, nella casa di Agata, viene interrotto bruscamente dalla denuncia di Francesco, e per i due potrebbe essere la fine ma gli viene loro salvata la vita grazie all’intervento coraggioso di Lucia.
Espatriati clandestinamente formano una famiglia felice e, dopo 50 anni, tornano al paese e il romanzo si chiude con queste parole di Agata.
“La mano di Ismar stringe la mia, come quel giorno di tanti anni fa.
Sta attendendo di conoscere la parola che ho scelto. Non ho dovuto faticare troppo per trovarla: è lei ad aver trovato me”. “Umanità” .
Questa parola, questa disposizione d’animo, cerco di farla mia e la offro a voi cari nipotini e a tutti i lettori affinché possiamo guardare agli avvenimenti attuali con occhi diversi e favorire, nel nostro piccolo, la pace attraverso il sentimento di umanità.
Nonno Antonio
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