La prima Monza – Resegone

Prima esperienza alla Monza – Resegone

Carissimi nipotini,
ho sempre ammirato questi coraggiosi runner che si cimentano in un’impresa che ha dell’impossibile considerando i 41 km di percorso, ma soprattutto gli ultimi 9 in salita con un dislivello di 900 metri per arrivare alla Capanna Alpinisti Monzesi.

Per renderla più magica ed eroica, la corsa viene disputata in notturna e nel tratto in salita il sentiero è illuminato solamente con la lampada frontale dei concorrenti.

Un’altra particolarità è che la corsa non è individuale ma è costituita da un terzetto che per essere considerato valido ai fini della classifica, deve arrivare compatto al traguardo.

Questo fatto necessita un forte affiatamento che è frutto di allenamenti comuni e continui.

Ciascuno dei tre deve imparare a conoscere l’altro, individuare i punti di debolezza e quelli di forza e adeguarsi il più possibile all’andatura degli altri due.

Ognuno dipende quindi dagli altri due e spesso si creano legami che vanno ben oltre l’affiatamento e l’intesa podistica.

La Monza Resegone, come ogni prestazione sportiva, ma in particolare questa che vede gli atleti che hanno già nelle gambe quasi 40 km, costretti ad arrampicarsi negli ultimi tratti aiutandosi con le mani, è resistenza alla sofferenza.

Una resistenza e una sofferenza che gli atleti ben conoscono ma che viene ripagata abbondantemente dal tifo del numerosissimo pubblico, dal raggiungimento della meta o dalla certezza di aver dato tutto quanto era in loro potere.

Prendendo in prestito un concetto che ho trovato sui social in merito a questo evento, si può dire che questa corsa è una splendida metafora di vita perché, come nella corsa, anche nella vita bisogna passare attraverso la sofferenza per dare un senso alla nostra esistenza.

Da 40 anni, la Monza Resegone è dedicata ad “Aldo Mantovani”, un provetto e coraggioso alpinista tragicamente caduto nel 1983 in una ascensione proprio sul Resegone.

Aldo era il figlio maggiore di Amedeo Mantovani al quale sono stato affiancato nel 1972 nella tessitura Galimberti per poi prenderne il posto nel delicato e affascinate ruolo di responsabile della preparazione dei disegni Jacquard.

A lui devo molto e non solo professionalmente ma anche come amico sincero e maestro di vita.

Quando avvenne la tragedia del figlio Aldo tutto il paese si strinse attorno alla famiglia.

Aldo era Presidente della SAM (Sezione Alpini di Monza). Appassionato di montagna e di questa corsa, nel 1983 mancò per poco il primo posto.

Solo alcuni mesi dopo quella grande impresa, morì tragicamente durante un’escursione.

Nel 1984, per non dimenticare il suo grande presidente, la SAM dedicò la Monza Resegone al suo ricordo.

Ma veniamo alla corsa di oggi. Quando nostro figlio ci ha detto che si era iscritto alla mitica Monza Resegone, due
sentimenti si sono impossessati di noi: l’orgoglio e la preoccupazione.

Orgoglio perché ogni genitore si specchia sempre nei propri figli e preoccupazione per la durezza del percorso.

Anche se nostro figlio è abbastanza allenato e ha alle spalle altre corse del genere, questa però è forse tra le più dure alle quali ha partecipato.

Non parte certo con velleità di piazzamento anche perché i due atleti con i quali partecipa sono il frutto di un abbinamento casuale avvenuto tramite la bacheca del sito dell’organizzazione.

I tre non si sono mai conosciuti né tanto meno hanno avuto la possibilità di allenarsi assieme.

Non a caso si sono dati il nome “I mai visti prima”.

E’ stato dato il numero 176 con partenza prevista alle 21,58, partenza che poi è slittata alle 22,15.

Alle 19,30 lo abbiamo portato a Monza, appena prima dell’Arengario, luogo simbolo e prestigioso della città, da sempre scelto per la partenza della gara.

Attorno alle 21,30 siamo andati nella piazza della Chiesa di Osnago tra una folla di persone che a fatica lasciavano un piccolo spazio centrale per il passaggio dei concorrenti.

Poco alla volta abbiamo incontrato tutti i nostri amici che, saputo della partecipazione di nostro figlio, chiedevano l’orario del suo possibile arrivo.

E’ stato un crescendo di ansia ed emozione.

Senza alcun merito ci siamo sentiti al centro dell’attenzione perché tutti i nostri amici e conoscenti aspettavano e tifavano per nostro figlio.

Ad ogni terzetto che si avvicinava cercavamo di vedere se ce n’era uno con la canotta azzurra, ma il buio e la lampada frontale rendevano difficile il riconoscimento da lontano.

Ogni tanto sembrava di individuarlo e cominciavamo a gridare “arriva, arriva!” per poi scoprire che non era lui.

Finalmente attorno alle 23,30 è arrivato.

Una breve sosta al punto ristoro; l’ho avvicinato, una pacca sulla spalla e un semplice come stai, come va?. “Io bene, ma il mio compagno ha avuto grossi problemi di mal di pancia; vediamo se riusciamo a continuare”.

Pochi secondi e il trio è ripartito tra un unanime caloroso applauso di congratulazioni e incitamenti.

A mezzanotte con il passaggio della macchina dell’organizzazione di fine corsa, siamo tornati a casa, ma il sonno tardava ad arrivare.

Alle 4 mi sono alzato a verificare se la macchina di mio figlio fosse ancora fuori casa, questo voleva dire che non era ancora arrivato.

Qualche dormiveglia e alle 6 mi sono alzato definitivamente verificando che non era ancora arrivato.

A questo punto è sopraggiunta un po’ di ansia e di preoccupazione.

Finalmente alle 7 è arrivato, completamente sporco di fango ma apparentemente riposato e rilassato.

Ecco il suo breve racconto rilasciato dopo una tonificante doccia e una bollente tazza di caffè.

“Sono arrivato in vetta alle 3.30 con uno solo dei compagni perché quello che era stato male nel primo tratto della corsa si è dovuto ritirare prima della salita.

Durante il tratto più duro stavamo bene e siamo riusciti a risalire diverse posizioni.

A corsa finita, mi sono cambiato i vestiti, indossato un mantellone impermeabile e abbiamo iniziato la discesa da Capanna Monza fino ad Erve.

Un fuori corsa molto impegnativo a causa del buio e della pioggia incessante che ha trasformato il sentiero in un mezzo pantano.

Verso la fine della pendio, dopo due ore di attenta e faticosa discesa che non mi ha risparmiato alcuni innocui ruzzoloni nel fango, l’annuncio delle prime luci dell’alba mi ha restituito un paesaggio bucolico incantevole che mi ha riempito il cuore, facendomi dimenticare le fatiche della massacrante corsa.

Dopo il tragitto della navetta, da Erve sono arrivato a Calolziocorte dove mi aspettava pazientemente da tutta la notte, il mio carissimo amico Davide.

Un grazie particolare e riconoscente anche a lui che mi ha permesso di avere un cambio asciutto prima di affrontare la salita e un passaggio veloce fino a casa dove ero desideroso di condividere le mie emozioni e le mie gioie con i miei cari”.

Questi pensieri sono scritti a caldo la mattina dopo la corsa.

Contengono le mie emozioni, condivise strettamente con mia moglie Lina.

Sono emozioni, stupore e ammirazione per una corsa epica della quale quest’anno ricorre il centenario.

Chissà se quando sarete grandi, leggendo di questa passione di vostro papà e vostro zio per lo sport, a qualcuno di voi sei nipotini, non venga voglia di provare le stesse fatiche ma anche le stesse gioie.

Nonno Antonio e nonna Lina

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