Locanda del samaritano

Carissimi nipotini,
vorrei continuare con il tema dell’attenzione all’altro, già trattato con le letterine “Porte chiuse”, “L’indifferenza” e “L’accoglienza”, entrando nel concreto della realtà delle case di accoglienza.

Un argomento difficile per dei bambini e sicuramente voi vi chiederete: “Cosa interessa a noi, cosa possiamo fare noi”?

A questo proposito mi viene in mente quando, una decina di anni fa ad Osnago era stata organizzata una fiaccolata intitolata “Semi di pace sulle vie di Osnago” e la prima tappa era proprio alla Locanda del Samaritano.

Gli organizzatori mi avevano chiesto di dire due parole per spiegare questa iniziativa caritativa e, dopo aver parlato agli adulti dei regolamenti e dei numeri, alla fine mi ero rivolto ai bambini con queste parole.

“Questa nuova sede, è adiacente all’oratorio, un altro importante seme di pace che vi verrà illustrato tra poco e che può facilitare l’integrazione e l’inserimento dei ragazzi che si alterneranno in questa casa.

Sta a voi ragazzi aiutarli a inserirsi, a farli entrare nei vostri giochi, a renderli partecipi delle numerose opportunità che il paese offre in modo che si sentano veramente accolti, non solo in un bell’appartamento, ma nel paese in cui si trovano a vivere seppure per un breve periodo della loro vita.

Questa è la prima fermata, il primo seme che incontrate nel vostro cammino alla ricerca dei semi di pace.

Ebbene l’accoglienza, quindi la cura e l’amore prestato ai bisognosi senza distinzione di colore e di patria, è uno dei più importanti semi di pace.

Coltivatelo con la zappa della condivisione e dell’aiuto, annaffiatelo con l’acqua dell’integrazione e dell’amore e ne otterrete un albero maestoso attorno al quale danzerà allegro il girotondo dei bambini del mondo”.      

Quando oggi penso all’accoglienza, non posso fare a meno di pensare alle migliaia di persone che si spostano dai loro paesi martoriati dalle guerre, dalla siccità, dalla fame e dalla sete o semplicemente in cerca di condizioni di vita migliori da quelle in cui, loro malgrado, sono state costrette a nascere.

Mi ha molto impressionato quando, visitando a Roma il museo dell’emigrazione italiana, ho rivisto scene di barconi stracolmi molto simili a quelli attuali e ho appreso che nel trentennio a cavallo dell’ottocento/novecento, sono emigrati oltre 10.000.000 di italiani.

La storia dovrebbe essere maestra di vita ma spesso l’uomo, quando sta bene, tende a dimenticarsi dei periodi in cui anche lui ha avuto bisogno di aiuto.

L’attività caritativa di accoglienza non è però rivolta solo agli immigrati ma sempre più frequentemente il bisogno cresce anche attorno a noi.

Penso agli anziani soli e in difficoltà economiche, ai padri separati, alle persone che per la congiuntura e per fragilità proprie non riescono a garantirsi una casa e un minimo di sostentamento.

Ma veniamo ora nello specifico alla casa di accoglienza “Locanda del Samaritano” presente a Osnago e gestita da un gruppo di volontari di cui faccio parte anch’io.

Inaugurata 12 anni fa, il nostro compianto don Costantino ha voluto chiamare la casa di accoglienza Locanda del Samaritano, a ricordo dell’episodio del Vangelo in cui un forestiero si è preso cura di un uomo che era stato derubato, picchiato e lasciato mezzo morto lungo la strada.

Il samaritano ha interrotto il suo viaggio, è sceso da cavallo, lo ha medicato e lo ha portato alla prima locanda chiedendo che lo tenessero fino a quando fosse guarito.

Potrei parlare ampiamente dei regolamenti che si sono affinati strada facendo e che sono alla base del buon funzionamento della struttura, dei comuni e delle associazioni dai quali provengono i vari nuclei familiari, delle varie nazionalità di provenienza, dei numeri delle persone che sono transitate, della percentuale di essi che ha raggiunto l’autonomia, ma preferisco parlare della storia e delle motivazioni della nascita di questa struttura e dei sentimenti che nascono e si provano all’interno di questa iniziativa.

Ad Osnago, l’attività caritativa di accoglienza esiste già da parecchi anni e la dobbiamo alla lungimiranza e allo spirito caritativo dei nostri sacerdoti a cominciare da don Piero che l’ha pensata e realizzata, a don Giovanni che l’ha conservata e infine a don Costantino che l’ha voluta modificare nei suoi regolamenti per essere più adeguata al bisogno abitativo del momento e per permettere a più persone di usufruirne.

Accanto agli slanci caritativi di questi nostri sacerdoti è stata fondamentale la condivisione ideologica e il supporto materiale di tutta la popolazione che ha sempre sostenuto e sono certo continuerà a sostenere un’opera tanto meritoria.

È proprio in questo progetto di trasformazione dei regolamenti e delle finalità che io, fresco di pensione, assieme ad altre cinque persone, sono stato coinvolto circa 16 anni fa.

Assieme abbiamo incominciato a documentarci, ispirandoci ad esperienze analoghe, a discutere, a confrontarci e, dopo alcuni mesi, abbiamo redatto uno statuto, aperto ad adeguamenti e correzioni future, che ci ha permesso di incominciare a muoverci nell’accoglienza “breve di secondo livello”.

In questi 16 anni abbiamo avuti contatti con numerosissimi comuni, con ospedali e con istituti assistenziali di vario genere.

Ci siamo confrontati con associazioni che già operano nel territorio. Abbiamo incontrato vari assistenti sociali, sindaci, responsabili delle Caritas, sacerdoti e frati i quali ci hanno proposto via via dei casi di bisogno abitativo.

Non sempre abbiamo potuto accoglierli tutti, vuoi perché non rientravano nelle nostre priorità o perché non avevamo disponibilità, ma sempre abbiamo manifestato una grande attenzione e comprensione per i casi umani che ci venivano presentati.

Comunque, in questi 16 anni abbiamo dato ospitalità (per periodi che vanno dai 3 mesi fino al massimo di un anno), risolvendo definitivamente per una buona percentuale degli stessi il loro problema abitativo, a quasi 150 nuclei familiari.

Quando arriva il giorno dell’accoglienza, si tocca veramente con mano la povertà, il bisogno ma anche la dignità con la quale certe persone affrontano un momento di difficoltà della loro vita.

Mi è capitato di vedere, in più di un caso, la persona che arriva con una bicicletta sgangherata e con un paio di sacchetti di plastica al manubrio.

Questo è tutto quello che possiedono e, guardandoli negli occhi, si può leggere la disperazione ma anche la dignità e la riconoscenza.

In quegli occhi, in quel momento si può vedere veramente il volto di Gesù.

Un Gesù che loda la nostra iniziativa e che dice: “ In verità vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Matteo 25,40).

Quando poi, finito il periodo di soggiorno ci si saluta, la riconoscenza è massima da parte dell’ospite e dell’ente che lo ha proposto e si sentono dire frasi come queste: voi non sapete il bene che fate; non so cosa avremmo fatto senza questa opportunità; grazie mille.

Un’ infermiera dell’Ospedale di Merate che mi aveva sottoposto uno dei primi ospiti e che ho sentito recentemente mi ha addirittura detto che lei ci ricorda ogni giorno nelle sue preghiere.

Che emozioni, che bello ma non perché in quel momento ci si sente gratificati ma perché ci si rende conto di aver fatto del bene a persone che magari non conoscevamo e non vedremo più ma che sono comunque nostri fratelli.

Questi sentimenti, queste sensazioni è giusto condividerle con tutta la popolazione perché sono veramente rivolte a tutto il paese.

Sono parole che entrano direttamente nel cuore. Sono parole che ti fanno capire quanto siamo fortunati ad avere una casa, un lavoro, una tavola sempre imbandita.

Sono parole che ti fanno sentir fiero di aver contribuito, anche se il nostro è solo un granello nel mare del bisogno mondiale, ad alleviare delle sofferenze e a ridare fiducia e un sorriso a chi fiducia e sorriso non aveva più.

Nonno Antonio

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