Sono nata il ventuno a primavera

Carissimi nipotini,
dopo le piccole considerazioni sulla poetessa Alda Merini espresse nelle letterine precedenti, voglio continuare con altre notizie sul suo periodo di massima notorietà avvenuta attorno agli anni 1980-1990.

Sempre prendendo spunto dal libro “Alda merini, mia madre” riporto quanto scrive la figlia Emanuela Carniti alla pag. 120:

Poi è subentrato Giovanni Nuti a cantare personalmente le poesie che musicava, e ne è nato uno spettacolo con Lucia Bosè, e poi un altro con Monica Guerritone.

Lucia Bosè recita nel disco di Nuti “Una piccola ape inferocita” e così scrive nel libretto che lo accompagna: “Ho il piacere di presentarvi Alda Merini, la più grande poetessa italiana del novecento.

Il disco diventò uno spettacolo, e fu tradotto e prodotto anche in Spagna col titolo “Una pequeria abeia enferocida”.

Questo disco porta il titolo della poesia che parla della sua data di nascita.

Oggi, 21 marzo, ricorre il 93° anniversario della sua nascita e quindi ne riporto il testo con una mia piccola analisi:

Sono nata il ventuno a primavera

Sono nata il ventuno a primavera

ma non sapevo che nascere folle,

aprire le zolle

potesse scatenare tempesta.

Così Proserpina lieve

vede piovere sulle erbe,

sui grossi frumenti gentili

e piange sempre la sera.

Forse è la sua preghiera.

(Alda Merini da vuoto d’amore, 1991)

Non ho certo la pretesa né le capacità tecniche per tentare un’analisi della poesia, ma da quel poco che ne capisco e che ho letto, credo che in questi pochi versi sia racchiusa un po’ tutta la vita e il carattere della poetessa.

La metafora della primavera che apre le zolle per accogliere una nuova dirompente vegetazione, ben si presta a rappresentare la sua nascita.

La nascita di una creatura libera e piena della dirompente vitalità della primavera rompe le zolle, rompe gli schemi dei normali canoni di vita rischiando a volte di risultare folle e scatenando l’ira dei benpensanti che in quanto diversa, la relegano in manicomio.

Molto sottile è poi la metafora di Prosepina, la Dea greca che favorisce la crescita del grano e quindi della vita e che, a causa del suo destino e del suo desiderio di libertà, verrà condannata a dividersi tra le gioie della primavera e i tormenti degli inferi.

Ogni primavera, Proserpina, non manca mai di favorire una crescita rigogliosa delle erbe e del frumento irrorandole con la pioggia, alla sera, alla fine dell’estate deve ritornare negli inferi, e piange per la sua triste sorte.

È facile quindi cogliere il periodo felice e fecondo della Merini madre e poetessa con l’alternarsi delle ombre dei suoi tormenti interiori che la fanno piangere e soffrire.

E, a conclusione, questo tormento forse è la sua preghiera e, suo malgrado, il suo dolore diventa la musa ispiratrice dei suoi versi.

Bene, spero di aver aggiunto un piccolo mattone nel muro della comprensione della vita e delle opere della Merini e di avervi incuriosito, se già non la conoscete, ad andare ad ascoltare l’album che Milva ha pubblicato nel 2004.

Nonno  Antonio

L’immagine di copertina è del Comune di Sesto San Giovanni

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