“Le altalene” di Mauro Corona

Carissimi nipotini,
durante l’ascolto e la visione del programma televisivo “ Cartabianca”, ho imparato a conoscere ed apprezzare Mauro Corona che, tra l’altro, è mio coscritto essendo di un solo mese più vecchio di me.

Mano a mano che approfondivo le vicende non certo facili e felici della sua infanzia e della sua vita, ho imparato a vedere attraverso la maschera del personaggio televisivo, rude e un poco irascibile, un uomo colto, disposto all’ironia e all’autoironia e capace di commuoversi e di commenti che a volte risultano vere e proprie perle di saggezza.

Ho letto alcuni dei suoi tanti libri e in particolare voglio segnalare il suo ultimo lavoro: “Le altalene”.

Mi sono complimentato direttamente con lui con una lunga mail della quale ne riporto il testo integrale.

Accanto ai complimenti mi sono permesso di fare alcune considerazioni e alcuni accenni della mia vita privata dove, con le dovute distanze, ho individuato anche dei parallelismi.

Gent.mo Sig. Mauro,
ho incominciato a conoscerla attraverso la trasmissione televisiva “Carta Bianca” e pian piano ho  incominciato ad ammirarla, ho incominciato a leggere alcuni dei suoi libri, a documentarmi sulla sua vita e aspetto con ansia la trasmissione del martedì.

Tra l’altro siamo coetanei. Sono nato il 10-09-1950 e quindi di un mese più giovane di lei.

Ho appena finito di leggere il suo ultimo libro “Le altalene” e l’ho trovato bellissimo, anche se molto triste.

Non poteva trovare una metafora più azzeccata per descrivere gli eventi e gli stati d’animo di un uomo nel corso della vita.

Questa altalena, questo alternarsi di momenti favorevoli, di stati d’animo buoni e tristi, di occasioni che si presentano e, se non colti al volo, scappano indietro, rappresenta veramente la vita degli uomini e della natura che ci circonda. 

Non è una lettura facile perché non segue la trama classica del romanzo, direi che è una autobiografia scritta in terza persona.

Spesso sono ritornato indietro per capire meglio certi passaggi, per gustare meglio le metafore della sua descrizione.

Non ho certo la sua cultura, la sua padronanza del linguaggio, la capacità di critica letteraria ma direi che il suo libro non è una prosa ma è una lirica che spesso sconfina in poesia. 

È un descrivere se stesso stando a guardare dalla finestra come se la persona descritta non fosse lei.

Quanta sofferenza rivelano e sprigionano queste pagine!

Sofferenza di un’infanzia a dir poco infelice; sofferenza per i genitori non avuti pur come ama ripetere spesso: “orfano con i genitori viventi”.

Il ricordo dell’amato fratello Felice, prematuramente e tragicamente scomparso all’età di soli 17 anni.

Un fratello pianto e rimpianto per tutta la vita.

Un fratello che non ha visto morire e che probabilmente è stato vittima innocente della povertà, del desiderio di emigrare nella speranza di riscattarsi da un’infanzia tanto crudele.

Un fratello idealizzato e compianto per tutta la vita.

E poi il coraggio di denunciare al mondo la sua dipendenza dall’alcol.

Una dipendenza i cui effetti spiacevoli vanno spesso a contrastare gli sforzi per emergere dalla povertà e dall’isolamento degli affetti.

La sua è una lotta continua, un’ altalena appunto contro il demone dell’alcol e il demone dei ricordi e delle sofferenze che sembra gli impedisca di emergere o che cerca di  ricacciarlo indietro ogni qual volta riesce a mettere fuori la testa.

Ma la sua forza di volontà è più forte di tutto e piano piano riesce a far emergere quelle doti artistiche e quella grande vena letteraria che è sopita in lei, retaggio dei suoi avi e frutto degli studi a cui la grande tragedia del Vajont lo ha costretto.

Io non posso  pensare che la sua vita reale sia sempre stata così combattuta.

Nel suo libro è tutto un continuo rinvangare e ricordare il passato mantenendo sempre viva la memoria delle sue sofferenze.

Solo raramente, in piccoli sprazzi, lascia spazio ad un po’ di soddisfazione e di pace anche se non riesce mai a chiamarla gioia.

Io vedo e ammiro il Corona provetto e coraggioso alpinista.

Io ammiro il Corona scultore e il Corona letterato che sa scrivere benissimo riuscendo a suscitare interesse e soprattutto partecipazione e commozione.

Io ammiro il Corona televisivo perché riesce a portare un po’ di leggerezza in un mondo di cattiveria e di violenza pur non rinunciando a commentare seriamente gli episodi della cronaca con quelle che spesso sono vere perle di saggezza e di bontà. 

No, la sua, non può essere solamente una maschera.

Certo alla nostra età è più difficile emozionarsi e fare progetti per un futuro.

Ma chi non riesce ad emozionarsi davanti ai bambini, quando poi i bambini sono i tuoi nipoti? (Io ne ho sei).

Chi non riesce a stupirsi per i progressi dei propri nipoti e ad immaginare per loro un futuro luminoso?

Chi non riesce a stupirsi e a gioire per lo spettacolo che la natura che, se pur calpestata, riesce ancora a donarci?

Con le dovute distanze anch’io non ho navigato nell’oro nella  mia infanzia.

Sono nato in un paesino della Valcamonica ai piedi della montagna in una casa di contadini che si ritrovavano la sera a recitare il rosario nella stalla.

Anch’io ho provato l’esperienza del collegio anche se quando sono entrato ero già grandicello.

Non sono andato in collegio perché i miei genitori potevano permetterselo ma solamente perché, con molta fortuna, ho vinto una borsa di studio che copriva tutti i costi dei cinque anni di scuola media superiore.

Per dimostrare agli assegnatari della borsa di studio e ai miei genitori che meritavo la loro fiducia, mi son buttato anima e corpo nello studio sopperendo con tenacia e forza di volontà ad una intelligenza non sempre pronta e brillante.

La sveglia spesso era puntata alle 4 del mattino per mandare a memoria quelle nozioni che una scuola molto esigente chiedeva. 

Quando il sonno mi faceva abbassare le palpebre, mi bagnavo la fronte e la nuca per rimanere sveglio. Alla fine ce l’ho fatta a conseguire il diploma anche se ho rischiato un esaurimento.

Mi piacerebbe continuare a raccontare ancora molto di me, della mia vita, dei miei sogni, delle mie delusioni ma anche delle mie conquiste e delle miei gioie.

Qualche anno fa, sollecitato da mio figlio Pier Luigi che tiene un blog, ho iniziato a tenere senza alcuna pretesa letteraria, una mia piccola rubrica, in cui periodicamente scrivo delle letterine indirizzandole ai miei nipoti.

In queste letterine ho iniziato un percorso a ritroso di autobiografia e commento alcuni eventi di cronaca o di calendario cercando sempre di trovare una morale e un insegnamento.

Il mio percorso di autobiografia è però ancora fermo alla giovinezza.

Non ho fretta di portarlo avanti. Mi sembra che se dovessi completarlo vorrebbe dire che sarei arrivato alla fine e, allora, “lo tengo indietro”.

C’è sempre qualcosa da aggiungere perché la vita, anche alla nostra età, continua a regalare esperienze, sofferenze ma anche gioie e tutto questo è bene raccontarlo e consegnarlo ai nostri nipoti.

Sarà la più bella e preziosa eredità che possiamo lasciare loro.                                                 

Dimenticavo di dirle che anche la Val Camonica ha sperimentato il dolore e la disperazione del crollo di una diga.

Proprio il primo dicembre dell’anno appena trascorso si è celebrato il centenario del disastro del Gleno.

Esattamente 40 anni prima del disastro del Vajont che ebbe il primato di quadruplicare il numero dei morti.

Due disastri umani e ambientali ampiamente annunciati e provocati dall’avidità dell’uomo.

Nella mia rubrica troverà traccia e piccole testimonianze anche sul tragico crollo della diga del Gleno

Allora, nel lontano 1923,  qualcuno disse che non sarebbero più successe tragedie di quella proporzione ma si sbagliarono.

Nonostante questo, gli adulti e specialmente noi della nostra età, credo che abbiano il dovere di ricordare alle nuove generazioni questi eventi, sia per il rispetto e il ricordo di quanti caddero vittime innocenti e sconosciute, sia come eterno monito a non commetterne più.

Ancora complimenti, e mi creda sono sinceri, per il suo libro e per tutto quanto è riuscito a fare e che continuerà a fare per tanto tempo ancora.

Cordiali saluti,

Antonio Balzarini, con la moglie Lina, i figli e i nipoti.

Speravo di allegare a queste mie parole una risposta di Corona, ma probabilmente la corrispondenza che riceve è talmente tanta che gli è impossibile rispondere a tutti.

Per adesso mi accontento di condividere, con i miei nipotini e con i lettori della mia rubrica, le mie riflessioni sull’ultimo libro di Corona che consiglio caldamente anche a voi, qualora non lo aveste già letto.

Cari saluti e un arrivederci da nonno Antonio

L’immagine di copertina è di Claudio Sforza

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