Tomorrow: il brano più bello di Giovanni Allevi

“Perché domani, per tutti noi, ci sia sempre ad attenderci un giorno più bello”.

Carissimi nipotini,
ieri uscendo dal mio incontro di catechismo, ho trovato un mio carissimo amico, un insegnante e catechista che, dopo il tradizionale scambio di saluti, mi ha stupito con questa frase: “Sai, Antonio, in questo periodo sto parlando ai ragazzi dei santi e oggi voglio essere trasgressivo e proporre loro la figura di Giovanni Allevi che emerge dal monologo che egli ha fatto al festival di Sanremo”.

Confesso che avevo sentito qualche commento in merito alla grave malattia di Giovanni Allevi e alla sua partecipazione a Sanremo ma, non avendo seguito il festival, non conoscevo i particolari e quindi mi sono limitato ad annuire e ad ammirare l’entusiasmo di questo mio amico nell’esporre questa sua idea.

Arrivato a casa ho subito ricercato sui social il suo discorso.

L’ho ascoltato e riascoltato più volte, più ne comprendevo le parole e più mi emozionavo e ne riconoscevo la grandezza dei contenuti.

Lascio ora lo spazio al discorso che Allevi ha fatto dopo la sua esibizione a Sanremo, primo ritorno al pubblico dopo due anni di una grave malattia.

All’improvviso mi è crollato tutto

Non suono più il pianoforte davanti ad un pubblico da quasi due anni. 

Nel mio ultimo concerto, alla Konzerthaus di Vienna, il dolore alla schiena era talmente forte che sull’applauso finale non riuscivo ad alzarmi dallo sgabello.

E non sapevo ancora di essere malato. Poi è arrivata la diagnosi, pesantissima.

Ho guardato il soffitto con la sensazione di avere la febbre a 39 per un anno consecutivo.

Ho perso molto, il mio lavoro, ho perso i miei capelli, le mie certezze, ma non la speranza e la voglia di immaginare.

Era come se la malattia mi porgesse, assieme al dolore, degli inaspettati doni.

Quali? Vi faccio un esempio…

Non molto tempo fa, prima che accadesse tutto questo, durante un concerto in un teatro pieno, ho notato una poltrona vuota. Come una poltrona vuota?! Mi sono sentito mancare!

Eppure, quando ero agli inizi, per molto tempo ho fatto concerti davanti ad un pubblico di quindici, venti persone ed ero felicissimo!

Oggi… dopo la malattia, non so cosa darei per suonare davanti a quindici persone.

I numeri… non contano! Sembra paradossale detto da qui.

Perché ogni individuo, ognuno di noi, ognuno di voi, è unico, irripetibile e a suo modo infinito.

Un altro dono! La gratitudine nei confronti della bellezza del Creato.

Non si contano le albe e i tramonti che ho ammirato da quelle stanze d’ospedale. 

Un altro dono. La riconoscenza per il talento dei medici, degli infermieri, di tutto il personale ospedaliero. Per la ricerca scientifica, senza la quale non sarei qui a parlarvi.

La riconoscenza per l’affetto, la forza, l’esempio che ricevo dagli altri pazienti, i guerrieri, così li chiamo. E lo sono anche i loro familiari, e lo sono anche i genitori dei piccoli guerrieri.

Quando tutto crolla e resta in piedi solo l’essenziale, il giudizio che riceviamo dall’esterno non conta più.

Io sono quel che sono, noi siamo quel che siamo.

E come intuisce Kant alla fine della Critica della Ragion Pratica, il cielo stellato può continuare a volteggiare nelle sue orbite perfette, io posso essere immerso in una condizione di continuo mutamento, eppure sento che in me c’è qualcosa che permane! Ed è ragionevole pensare che permarrà in eterno.

Io sono quel che sono. Voglio andare fino in fondo con questo pensiero.

Se le cose stanno davvero così, cosa mai sarà un giudizio dall’esterno?

Voglio accettare il nuovo Giovanni.

Come dissi in quell’ultimo concerto a Vienna, non potendo più contare sul mio corpo, suonerò con tutta l’anima.

Il brano si intitola Tomorrow, perché domani, per tutti noi, ci sia sempre ad attenderci un giorno più bello!”

Mi sono permesso, come facevo sui testi scolastici, di sottolineare o, come in questo caso, scrivere in neretto quelle che io considero le parti più importanti.

Non mi permetto invece di commentarle perché si commentano da sole e perché ognuno le deve poter inserire nel proprio pensiero e nel proprio vissuto.

Non so se il grande musicista Allevi sia credente o meno, quello che impressiona ed emoziona è che nonostante il dolore e la precarietà della malattia, lui continua ad avere una  grande fiducia nel prossimo e nel domani.

In questa condizione di continuo cambiamento ha la forte sensazione che in lui ci sia Qualcosa che permane e che permarrà in eterno.

Allevi conclude dicendo che se dovesse arrivare il giorno in cui non riuscirà più a suonare con il corpo, lui continuerà a farlo con tutta la sua anima.

In tutto questo c’è qualcosa di immenso e di infinito e credo che il mio amico non abbia sbagliato a considerarlo e a proporlo come un santo di oggi.

Nonno Antonio

L’immagine di copertina è di Davide Restivo

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1 commento

  1. Anch’io non ho seguito il festival e nonno Antonio mi ha regalato una perla raccolta da quell’evento. Grazie

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