La Giornata della memoria

Carissimi nipotini,
nell’anno 2000, il governo italiano, ha istituito la “Giornata della memoria” che si celebra ogni anno al 27 gennaio.

È stata scelta questa data per ricordare il 27 gennaio del 1945, giorno in cui l’esercito sovietico entrò nel campo di concentramento di Auschwitz, liberando i prigionieri ancora in vita, scoprendo e rivelando al mondo gli orrori dell’olocausto.

Nell’Antico testamento, questo termine stava ad indicare il sacrificio cruento di animali che venivano poi bruciati per farli salire in alto verso Dio.

Per questo motivo, per definire lo sterminio cruento di milioni di ebrei che per mancanza di spazio venivano bruciati, si utilizzò questo termine.

Attualmente ci sono ancora in vita gli ultimi superstiti scampati a quel massacro.

Tanti di loro hanno speso il resto della loro vita a testimoniare quegli eventi parlando nelle scuole alle nuove generazioni affinché abbiano a conoscere e quindi ad evitare gli orrori in cui l’animo umano può cadere.

Una superstite e testimone famosa è Liliana Segre, nata a Milano nel 1930 e nominata Senatrice a vita nel 2018.

Dopo la mancanza di conoscenza della storia, il pericolo maggiore per l’uomo di ricadere negli stessi errori, sta nell’indifferenza, un sentimento e un modo di essere del quale ho già ampiamente parlato in una precedente letterina.

In uno dei suoi tanti interventi Liliana Segre, la definisce così:

L’indifferenza.

L’indifferenza racchiude la chiave
per comprendere le ragioni del male perché,
quando credi che una cosa non ti tocchi,
non ti riguardi,
allora non c’è limite all’orrore.

(Liliana Segre)

Non voglio e non ne ho le conoscenze per entrare nel merito dei tragici eventi della seconda guerra mondiale, però in un mondo che sembra aver dimenticato il passato, sembra essere indifferente alle tragedie del vicino, credo sia più che mai necessario ricordare e consegnare, così come fa la senatrice Liliana Segre e tanti altri superstiti, il testimone ai giovani e giovanissimi.

Voglio chiudere con la poesia che da inizio al famoso libro “Se questo è un uomo” del superstite, testimone e scrittore Primo Levi.

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

(Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947)

Queste parole forti e crude, sono scritte per noi.

Per noi che siamo avvolti nell’ovatta del benessere e della libertà e nemmeno ce ne accorgiamo.

Non ci rendiamo conto, e non siamo riconoscenti, che sono il frutto dei sacrifici delle generazioni che ci hanno preceduto.

È una denuncia degli orrori e una forte esortazione a perpetuarne il ricordo e il monito di generazione in generazione.

Nonno Antonio

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