Giornata mondiale dell’ammalato: nonostante tutto, la speranza…

Carissimi nipotini,
come ho già ricordato in articoli precedenti, la giornata mondiale dell’ammalato è stata istituita nel 1993 da Papa Giovanni Paolo II che volle legare la data alla prima apparizione della Madonna alla pastorella Bernardette Subirous nella grotta di Massabielle del comune di Lourdes.

Credo che sia molto importante ricordare il periodo di sofferenza fisica e morale che molte persone si trovano ad affrontare nel corso della vita.

Queste persone, oltre alle cure mediche, hanno molto bisogno anche della vicinanza e dell’affetto delle persone che vivono loro accanto.

I primi ammalati da visitare e confortare sono quelli della nostra cerchia familiare, ma sarebbe bello pensare ogni tanto anche a quelli ricoverati negli ospedali o nelle case di cure e in particolare di quelli che non avendo parentele, hanno più bisogno di un sorriso e di una parola buona.

Prima del Covid, operavano negli ospedali associazioni di volontariato come l’AVO che avevano per scopo, oltre l’aiuto materiale all’ammalato, anche una visita e vicinanza, direttamente nelle corsie degli ospedali.

Non potendo, per il momento riprendere questo servizio, mi infilo virtualmente il mio camice e ripercorro, sempre virtualmente, le corsie di medicina riportando gli incontri e le emozioni provate in una giornata di normale servizio di qualche anno fa.

“Nonostante tutto, la speranza…”

È un tranquillo sabato di fine luglio, i reparti di medicina A e B in questo periodo non sono molto occupati. Essendoci meno ricoverati riesco, prima della distribuzione del pasto, a visitare  entrambi i reparti.

Il primo incontro è con un uomo di una certa età ma ancora perfettamente lucido.

Se ne sta seduto sul bordo del letto in mutande e con le gambe nude fuori.

Deve avere uno di quei problemi di circolazione perché le gambe sono gonfie e scure e una ha il piede parzialmente coperto da una vistosa fasciatura.

Dopo il primo saluto, preso probabilmente da quel sano e antico pudore, mi chiede di aiutarlo ad infilarsi i pantaloni del pigiama che aveva tra le mani. Piano piano, arrotolando il tessuto, gli infilo un piede e poi l’altro facendo attenzione soprattutto a quello fasciato.

A questo punto il gioco è fatto e lui con un gesto di entrambe le mani se li tira su completamente. Visibilmente più a suo agio, incomincia a raccontarmi la sua tristezza e la sue preoccupazioni perché teme che quelle gambe non possano più guarire impedendogli di muoversi e di conseguenza di mantenere la propria già fragile autonomia.

“Come farò a rientrare a casa?” Mi ripete questa frase alcune volte aggiungendo che vive solo perché la moglie purtroppo è mancata già da una decina di anni. Ha due figli: uno nei ritagli di tempo del lavoro lo va a visitare, mentre l’altro sembra disinteressarsi.

Quanta amarezza, quanta delusione, quanta ansia traspaiono da questa situazione.

Non ho commentato le sue considerazioni anche se le capisco, ma ho cercato di alimentare in lui un po’ di speranza dicendogli: “Vedrà che i medici riusciranno a rimetterla in piedi”.

Non so quanto ci abbia creduto, ma mi ha ringraziato per la visita, per il pigiama infilato e per la piccola chiacchierata.

Poco più in là, in un altra stanza, ho rivisto e salutato un ammalato che purtroppo periodicamente, e sempre più frequentemente, è costretto a ricorrere alle cure dell’ospedale.

È un ragazzo, avrà si e no 40 anni, con alcuni handicap mentali ma sicuramente anche dei grossi problemi di salute perché è sempre più magro.

E comunque è sempre contento di vedermi e dopo i saluti mi dice che la prossima settimana uscirà per andare ad abitare alternativamente (15 giorni da una e 15 giorni dall’altra) con le sue due sorelle.

Questo pensiero non gli pesa ma anzi lo riempie di gioia perché c’è un bellissimo legame tra lui e le sorelle che pur essendo sposate si prendono cura a turno del loro fratello sfortunato ma ricco di un affetto e una dolcezza straordinaria.

Questo fatto ha smentito positivamente le conclusioni a cui ero arrivato analizzando la situazione precedente, quindi mai generalizzare e perdere la fiducia nei sentimenti delle giovani generazioni.

Salendo al reparto di medicina B, quello al quale io sono assegnato, ho poi incontrato una signora in discrete condizioni di salute ma molto triste e giù di morale.

“Non mi passa il tempo e non trovo nessuno con cui parlare”. Questo è stato lo sfogo che mi ha rivolto subito dopo i saluti iniziali.

Le ho chiesto se aveva voglia di leggere e lei mi ha detto: ”Si, ma non ho niente da poter leggere”.

Mi sono quindi offerto di andargli a prendere qualche libro nella piccola libreria che si trova nel salottino.

Ho preso 4/5 romanzi e 3/4 riviste e gliele ho portate. Dopo una rapida occhiata ha scelto un libro e una rivista privilegiando non tanto gli argomenti o il genere ma il fatto che fossero scritti a caratteri grandi.

A questo punto l’ho salutata e ho proseguito il mio giro imbattendomi in un signore anziano perfettamente lucido ma demoralizzato per i mancati progressi. 

A fianco di questo signore un altro paziente, probabilmente non molto lucido mi chiede con insistenza. “Ho fame, non ho fatto neanche la colazione”.

E il vicino di letto: “La colazione l’ha fatta e abbondate; non so come faccia ad avere sempre fame, bisogna vedere quanto mangia”. Con un sorriso accompagnato da un: “Porti pazienza, vedrà che tra poco arriva”, l’ho salutato e sono uscito dalla stanza.

Intanto è arrivato il carrello del pranzo.                                                                                                

Mi accingo quindi ad imboccare il primo paziente che è apparentemente poco presente ma dimostra di gradire il cibo e lo consuma quasi tutto abbastanza velocemente.

Il secondo paziente è quel signore che mi diceva con insistenza che aveva fame.

Infatti mangia con gusto e con voracità tutto, compreso due confezioni di frutta e alla fine faccio fatica a convincerlo che non c’è più niente sul vassoio.

Per oggi ho finito: spoglio i guanti, il camice e mi accingo ad uscire. Nella mia mente passa una veloce carrellata degli incontri avuti.

Se dovessi sintetizzare, direi che la tristezza, la solitudine, la paura della malattia e della vecchiaia sono stati anche oggi i sentimenti dominanti ma, nonostante tutto, la speranza e la voglia di vivere continuano a vincere.

Il primo signore che ho incontrato ha recuperato il suo pudore infilando il pigiama e forse spera ancora di riconquistare un po’ di autonomia.

Il ragazzo con l’handicap non pensa alla sua condizione ma sorride all’idea del rientro nel calore familiare delle due sorelle.

La mente della signora si è liberata momentaneamente della tristezza immergendosi nelle notizie delle riviste.

Il signore dalla fame insaziabile ha soddisfatto parzialmente il suo stimolo mangiando con soddisfazione tutta la sua porzione.

Infine io mi sento contento e in pace con me stesso, soddisfatto di aver regalato un paio d’ore e qualche parola di speranza a chi ne aveva bisogno.

Nonno Antonio

L’immagine di copertina è di Raquel Baranow

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