Kiwi, ciclo di vita e sostituzione di una pianta

Carissimi nipoti,
anche le piante, come ogni essere vivente sulla terra, hanno un ciclo vegetativo e produttivo e una durata media di vita.

La durata dell’albero dei kiwi dipende da molti fattori e mediamente viene calcolata in circa 30 anni.

L’albero del kiwi è una specie “duoica”, vale a dire che, per produrre il frutto, necessita di due piante distinte: quella femminile i cui fiori vengono impollinati da quelli maschili prodotti da una pianta separata chiamata appunto pianta maschio.

Nel terreno prospiciente alla mia abitazione, circa 25 anni fa ho iniziato una coltivazione per uso personale mettendo a dimora 3 piante di “actinidia deliciosa hayward”, un maschio e due femmine che producono il caratteristico frutto a polpa verde.

Qualche anno dopo ho messo a dimora anche due femmine della varietà a polpa gialla, completando la mia piccola coltivazione su un filare di circa 20 metri.

Cinque o sei anni fa, a causa di un violento nubifragio, la parte del filare più esposta al vento, si è piegata quasi fino a terra sradicando parzialmente una delle due femmine a polpa verde.

Per poter raddrizzare e riparare la struttura del filare ho dovuto tagliate tutta la vegetazione lasciando solamente il tronco di circa un metro con due piccoli getti.

Ho coperto la parte parzialmente sradicata con un cumolo di terra e, nel giro di un paio d’anni, la pianta si è ripresa alla grande arrivando a produrre anche più di 2000 frutti in un solo anno.

Probabilmente però qualche piccola infiltrazione alla base della pianta ne ha minato lentamente le radici tanto che questa primavera, nel momento più delicato della germogliazione, forse anche a causa di un inverno completamente asciutto, non ce l’ha fatta e pian pianino i rami sono seccati.

Ho aspettato qualche settimana sperando che qualche gemma riuscisse ad aprirsi ma purtroppo i rami hanno continuato ad asciugarsi e rinsecchirsi e quindi ho deciso di sostituire la pianta.

Ho incominciato tagliando tutti i rami dell’impalcatura e quindi alla fine mi è rimasto il tronco scheletrico con una forma curiosa.

Il momento dell’estirpazione del tronco si è trasformato in una festa per tre dei miei nipotini che si trovavano in visita dai nonni.

Armati di piccone, carriola, badile e di palette di ogni dimensione, abbiamo cominciato a rimuovere la terra attorno alle radici fino a raggiungere l’unica radice ancora attaccata al tronco che ho poi parzialmente reciso con l’accetta.

Alla fine, con alcuni “oh issa” per dare il via agli strattoni comuni, abbiamo staccato l’ultimo tratto che legava ancora il tronco alle radici e soddisfatti, come un trofeo, lo abbiamo appoggiato sul terreno. Ecco quindi la pianta fuori dal terreno.

La nuova pianta l’ho acquistata, o meglio me l’ha regalata il mio amico Giuseppe, un appassionato e preparato cultore di botanica.

Il mio amico Giuseppe mi ha subito avvisato che mettere una nuova pianta dove ne è morta un’altra va incontro ad insuccesso quasi certo a causa delle tossine che le radici della vecchia pianta rilasciano nel terreno.

Mi ha allora consigliato di spostarmi almeno di un metro e di scavare una buca di un metro quadro per 60 cm circa di profondità sostituendo la terra con dell’altra presa da un angolo lontano del giardino.

Mi sono armato di pala, piccone, carriola e… olio di gomito e in una mezza giornata ho eseguito l’operazione alla lettera.

Quando la buca era piena per tre quarti della nuova terra, ho posizionato la nuova piantina ancorandola ad un sostegno e sono andato a completare il riempimento lasciando che la terra strabordasse di circa 10 cm dal livello del suolo.

La terra in più servirà ad assorbire il calo fisiologico della terra morbida portandola, dopo alcuni mesi, a livello del terreno.

Per agevolare ulteriormente l’attecchimento e accelerare la crescita della nuova pianta, il mio amico Giuseppe mi ha dato una manciatina di “concime organico concentrato” da sciogliere in 50 litri di acqua da dare in due volte, a distanza di 15 giorni, facendo attenzione a non versarlo troppo vicino alle radici.

Con questo ultimo trucchetto la mia pianta dovrebbe partire alla grande e tra un paio d’anni, visto che ne ha già tre, spero incominci a fruttificare.

L’ultima operazione è quella di portar via dal terreno il tronco e tutti gli altri rami.

Il tronco, con la sua forma caratteristica che ricorda un uomo con le braccia aperte, farà bella mostra per qualche tempo all’ingresso della casa del mio amico artista Alberto Casiraghi che ama tutte le opere create dalla natura e che appena lo ha visto ha esclamato: “Che meraviglia!”, per poi successivamente alimentare il suo camino.

I legni sottili, raccolti in piccole fascinette, li ho portati all’isola ecologica, dove assieme a tutti gli altri scarti vegetali, diventeranno dell’ottimo humus che verrà ritornato alla terra.

Tutto si è risolto con passione, con lavoro manuale, con scambio di piaceri e competenze e con l’utilizzo del materiale di scarto.

In attesa di mostrarvi gli sviluppi e i frutti di questa nuova pianta vi saluto caramente.

nonno Antonio

L’immagine di copertina è di Jordan Walmsley

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