Quando gli alimenti si vendevano sfusi

dai ricordi della rivendita alimentari dei miei zii di 50 anni fa…

Carissimi nipotini,
nella ricostruzione del mio passato mi trovo quindicenne, quindi 55 anni fa, a Volpino nel negozio di alimentari dei miei zii.

Nell’ampia descrizione di una giornata tipo che seguirà ho voluto sottolineare l’aspetto, ricavandone il titolo della letterina, della vendita sfusa degli alimenti.

Sì, avete capito bene, niente plastica o cellophane ma solo cartocci confezionati dai negozianti con carta di vario genere che andrò a descrivere più avanti.

Con l’avvento del boom economico degli anni ‘60, inizierà un’infatuazione crescente per le grandi marche che creeranno confezioni sempre più accattivanti per aumentare le vendite dei loro prodotti, alimentate parallelamente da una pubblicità sempre più martellante.

Naturalmente il costo delle confezioni e della pubblicità verranno caricati sul prodotto finito, mentre il costo dello smaltimento degli imballi con il relativo inquinamento ambientale, ricadrà su tutta la popolazione.

Tutto questo porterà ad una graduale fine della vendita dei prodotti sfusi nel nostro paese.

Solo recentemente, per alcuni prodotti, si sta timidamente cercando di ritornare alla vendita sfusa. Questo argomento è sicuramente importante e meriterebbe di essere trattato più a fondo ma non ne ho le competenze specifiche e inoltre mi preme di continuare nel mio percorso autobiografico.

Dopo l’ampia descrizione del percorso lavorativo dei miei zii che partendo dal lavoro di mugnaio del papà sono diventati panificatori iniziando l’attività a Pietracamela in Abruzzo, per poi passare a Lovere e infine approdare a Volpino e dopo la testimonianza del mio cugino Claudio, passo a raccontarvi i ricordi della mia lontana esperienza di rivendita e panificazione acquisita nei momenti passati assieme ai miei zii nel forno di Volpino.

I due fratelli della mia mamma che si dedicarono a gestire il forno e l’annessa rivendita di pane e alimentari nel paese di Volpino, si chiamavano Santo e Letizia. Non essendo sposati e per la loro grande dolcezza d’animo, erano particolarmente legati ai nipoti e viceversa noi a loro.

Credo che nel paese di Volpino molti ricordino ancora i due fratelli Santo e Letizia e chissà che qualcuno di loro, sollecitato da questa letterina, non abbia a ricordare e a condividere qualche aneddoto sulla presenza dei miei zii in paese e sugli importanti legami di amicizia e stima reciproca che si sono instaurati nei lunghi anni della loro permanenza.

Quando da ragazzo potevo andare dai miei zii (fino ai 18 anni ci andavo a piedi o in bicicletta) io ero contento perché mi piaceva molto rimanere nel negozio di alimentari a contatto con i clienti e soprattutto mi piaceva entrare nel grande locale dove c’era il forno e tutte le attrezzature per la panificazione.

Nelle vacanze estive della scuola, e quando l’aiuto panettiere di mio zio era assente per malattia, mi capitava di trasferirmi per alcuni giorni a Volpino per dare una mano ai miei zii.

Provo ora di descrivere l’evolversi di una giornata tipo, partendo da mezzogiorno perché il lavoro di fornaio, che descriverò nella prossima letterina, finiva appunto attorno a quell’ora.

Questa prima parte sarà quindi dedicata alla descrizione della vita in casa e nel negozio alimentare, dove cercherò di sottolineare le attività, gli strumenti e gli usi di questo mestiere, ma soprattutto il lato umano della convivenza con i miei zii, il contatto con i clienti e le emozioni che provavo.

A mezzogiorno, mia zia chiudeva il negozio di alimentari e si trasferiva nella stanza accanto per il pranzo che curava rientrando in cucina tra un cliente e l’altro.

Il pranzo, per ragioni di tempo non era mai ricercatissimo, ma sempre abbondante e sostanzioso. Finito di mangiare, andavo a dormire assieme al mio zio Santì.

Ricordo che le prime volte, andare a letto al pomeriggio, mi sembrava una cosa strana e facevo molta fatica ad addormentarmi.

Tra l’altro la camera del mio zio aveva le finestre dal lato del vicinissimo campanile e i rintocchi delle campane che scandivano le ore mi svegliavano.

Poi, man mano che passavano i giorni, il suono delle campane mi dava sempre meno fastidio e, finito di mangiare, mi veniva ormai spontaneo salire le scale per andare a sdraiarmi.

Mi alzavo attorno alle 16 del pomeriggio e passavo qualche momento in negozio con i miei zii, chiacchierando con i clienti e cercando di rendermi utile.

Una delle prime cose che imparai, fu a confezionare i cartocci (vedi foto qui sopra). Dovete sapere che 50/60 anni fa erano pochissime le merci già pronte confezionate.

Alcuni alimenti, come per esempio il pane, veniva versato direttamente, dal piatto della bilancia, nelle borse delle signore.

I liquidi, quali ad esempio il vino e l’olio, venivano versati nelle bottiglie che portavano i clienti, mentre il resto degli alimenti veniva confezionato al momento, secondo il peso richiesto, e avvolgendoli in carta di diversa grammatura e colore.

Ecco quindi che lo zucchero veniva confezionato in una carta abbastanza sostenuta di colore azzurro diventata tanto famosa da dare il nome ad un colore che si chiama appunto color carta da zucchero.

Il riso, la pasta, la farina venivano confezionate con una carta paglia, sempre abbastanza sostenuta, ma di colore marroncino.

C’era poi la carta velina che veniva usata per gli affettati o gli alimenti oleosi. Siccome non esistevano ancora i sacchetti di carta già incollati, la carta azzurra e marroncina o qualsiasi altra carta, veniva fermata con la tecnica del cartoccio che veniva eseguito con le due mani andando ad accartocciare contemporaneamente i lembi esterni fino ad arrivare a chiudere il tutto verso l’alto.

La manualità acquisita e la consistenza della carta faceva sì che il cartoccio non si aprisse. Questa semplice operazione mi è rimasta in mente e ancora oggi la utilizzo per conservare piccole quantità di farina o pan grattato e avrei piacere di insegnarla anche a voi nipotini.

Un altro lavoro che mi capitava di fare, era di portare nelle case la bombola del gas e installarla.

Sì, perché dovete sapere che a quei tempi nelle case non arrivava il metano e la cucina veniva alimentata dalle bombole di gas che si tenevano normalmente sotto il lavello.

Una volta portata in casa la bombola, se era possibile con un carrellino altrimenti in spalla, con l’apposita chiave si svitava il dado della valvola che collegava la bombola vuota, si controllava che la guarnizione fosse ancora integra altrimenti la si sostituiva, si avvitava il dado e si provava ad accendere un fornello controllando che non ci fossero perdite di gas.

Con questi piccoli lavoretti arrivava velocemente l’ora di cena.

Finito, scendevo con mio zio nel locale del forno per la preparazione della pasta che sarebbe servita per la lievitazione degli impasti per la panificazione del giorno dopo.

Si inseriva nell’impastatrice meccanica farina, acqua e lievito di birra fresco e si lasciava lavorare per circa mezz’ora ottenendo un impasto piuttosto duro che, coperto con un sacco di iuta, veniva lasciato riposare.

Si risaliva in cucina e dopo qualche chiacchiera, a quell’epoca la televisione non era molto diffusa e comunque i miei zii non l’avevano, andavamo a dormire perché la giornata dei fornai incominciava molto presto.

Buonanotte anche a voi cari nipotini. Il risveglio ve lo descriverò nella prossima letterina.

Un bacione,
nonno Antonio

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