Il mio nonno “Muliner” e il disastro della diga del Gleno

Carissimi nipotini,
come vi avevo preannunciato nella precedente letterina, voglio parlarvi di un gravissimo episodio, una vera e propria tragedia, che ha investito l’alta Valle Camonica agli inizio del 1900.

Si tratta del disastro provocato dal crollo della diga idroelettrica così detta del Gleno dal nome del monte che la sovrasta. Io mi limiterò a qualche informazione generale perché ciascuno può acquisire la storia più dettagliata attraverso i tanti documenti cartacei, informatici e letterari.

Voglio soprattutto riportare l’episodio del coinvolgimento diretto di mio nonno “Muliner” e di una testimonianza acquisita per caso 50 anni dopo.

Nel primissimi anni del 1900, per soddisfare il crescente bisogno di energia elettrica, si ebbe l’intuizione di imbrigliare le acque del torrente Povo creando un grande bacino artificiale ai piedi del monte Gleno in alta Val di Scalve. Nel 1919, dopo vari progetti, i lavori iniziarono con alterne vicissitudini e cambio di imprese e si conclusero nell’autunno del 1923.

Nell’ottobre di quell’anno, in seguito ad un periodo di forti piogge, la diga si riempì per la prima volta e si incominciarono a vedere subito molte perdite. Ma fu solamente il 1° dicembre dello stesso anno, alle 7,15 di mattina che, dopo un altro periodo di forti piogge, la diga crollò definitivamente versando circa sei milioni di metri cubi d’acqua che trascinarono a valle fango rocce e ogni cosa che incontrarono fino ad adagiarsi nel lago d’Iseo.

Il primo luogo ad essere investito dall’enorme massa di acqua fu il paese di Bueggio seguito dalle centrali di Povo e di Valbona. Raggiunse poi la località di Dezzo (dalla quale prende il nome il torrente che attraversa Darfo Boario) distruggendo gli agglomerati di Azzone e di Colere.

Prima di Angolo Terme le acque rallentarono formando una specie di lago per poi ripartire ancora più minacciose incanalandosi nel torrente Dezzo e avanzando verso Boario Terme e Corna di Darfo e poi giù a scendere verso Rogno, la Rondinera, Costa Volpino fino a raggiungere il lago d’Iseo.

Dal momento del cedimento della diga al raggiungimento del lago passarono circa 45 minuti e nella sua folle corsa l’enorme massa d’acqua divenne ancora più distruttiva perché si arricchì di detriti di ogni genere travolgendo tutto quanto incontrava sul suo passaggio. Alla fine la conta dei morti ufficiali fu 356 ma ci fu chi sostenne che furono molti di più.

Il 3 dicembre, solo due giorni dopo il disastro, per commemorare le vittime venne direttamente il Re Vittorio Emanuele III assieme a Gabriele D’Annunzio, anche se non poterono avvicinarsi alle località più colpite in quanto le strade erano completamente distrutte.

Il procuratore del Re portò a processo i responsabili della ditta costruttrice che, il 4 luglio del 1927,  vennero ritenuti colpevoli e condannati a 3 anni di carcere e all’ammenda di 7500 lire. Pene e ammende che vennero poi notevolmente ridimensionate.

Questa è la storia, ma ora voglio raccontarvi la testimonianza diretta del mio nonno Giovanni detto “Muliner”. Come vi avevo detto nella mia precedente letterina, mio nonno si spostava con il suo carro per la piana del fiume Olio per l’acquisto dei cereali e la vendita della farina.

Un giorno, in uno di questi suoi spostamenti, gli capitò un’avventura fortunatamente risoltasi per lui senza conseguenze, ma che lo segnò emotivamente per tanto tempo.

Era il primo di dicembre del 1923, proprio il giorno del crollo e mio nonno “Muliner” aveva 40 anni. Come tutti i giorni di buon mattino, ancora con il buio, lasciò la sua casa di Castelfranco di Rogno e, con il suo carretto e il suo mulo, si avviò verso Darfo Boario dove doveva ritirare un carico di granoturco che poi avrebbe lavorato nel suo mulino.

Si era appena fatto chiaro anche se il colore plumbeo del cielo non prometteva niente di buono, così come aveva fatto ormai da parecchi giorni. Poco dopo il paese di Rogno incominciò ad avvertire una strana e fredda aria che scendeva giù dalla valle e gli parve di sentire anche un brusio lontano.

L’aria e il brusio si fecero sempre più forti, il suo mulo manifestava chiari segni di nervosismo e istintivamente, deviò il carro su per una piccola stradina che saliva verso la montagna. Questa improvvisa deviazione, dovuta all’istinto dell’animale, fu provvidenziale perché di li a poco, vide scorrere sotto i suoi piedi un’enorme massa d’acqua accompagnata da un fragore assordante.

Ci volle un bel po’ per riprendersi dallo spavento e molto di più ancora per ritornare a casa perché le strade erano completamente distrutte e dovette abbandonare il mulo e il carro e ritornare a piedi camminando a mezza costa. Solo più tardi seppe cosa era successo e si sentì miracolato.

Un altro aneddoto relativo a quell’evento tragico, l’ho avuto molto più avanti negli anni, attorno al 1990, quando io e la mia famiglia che vivevamo già da tempo ad Osnago, ci trasferimmo in una casa bifamiliare.

Tra i parenti della nostra vicina, conoscemmo e instaurammo un ottimo rapporto di amicizia con un anziano ingegnere. Un giorno commentando il fatto che noi  eravamo nativi della Valle Camonica, all’ingegnere venne in mente quando, ragazzino, accompagnò suo padre, anch’egli ingegnere civile, a fare la perizia proprio al crollo della diga del Gleno.

Anche se erano passati ormai 70 anni, l’episodio gli tornò in mente chiaramente perché anche lui rimase scioccato dall’entità del crollo e dall’evidenza dei materiali scadenti usati per la costruzione (sembra che all’interno del grosso muro fossero state rinvenute fascine di legna).

Salendo per la Valle Camonica si incontrano ancora oggi parecchie lapidi a ricordo dei morti della tragedia e ogni anno al primo di dicembre vengono fatte manifestazioni a ricordo.

La diga non fu più ricostruita e le rovine ora sono diventate meta di una delle più belle escursioni nel territorio che è racchiuso tra la Val Seriana, la Val Camonica e la Valtellina. Questo percorso, oltre alla vista delle monumentali rovine e del panorama mozzafiato, porta alla scoperta delle meraviglie della flora e della fauna di questi territori ancora selvaggi e poco conosciuti.

Fotografia da valdiscalve.it

Questo racconto mi ha fatto riflettere sulle conseguenze di questa e di altre analoghe tragedie che spesso sono la conseguenza di scorretti comportamenti e dell’avidità dell’uomo.

Mi ha anche fatto venir voglia di visitare questi luoghi e, chissà, che terminata questa pandemia, non si possa fare assieme a voi nipotini.

Cari saluti da nonno Antonio

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