Primi lavori per il trasloco dell’officina

Carissimi nipoti,
ci eravamo lasciati con l’immagine di un’officina piccola e buia dove mio papà e suo fratello Francesco detto “Checo” per anni, con fatiche, sudore e soddisfazioni, avevano condiviso l’arte della lavorazione del ferro.

Purtroppo mio zio “Checo” scomparve prematuramente nell’inverno del 1958. Prima della malattia che poi lo avrebbe portato alla morte, aveva costruito, in uno dei terreni di mio nonno una grande casa dove andò a vivere con la sua famiglia e quella delle sue figlie. Al piano terra di questa costruzione, come ho già avuto modo di dire, avevano aperto un bar chiamato “Bar rondine”.

Avendo la passione e la maestria nella lavorazione del ferro pensò bene, aiutato anche da mio padre, di realizzare le travi per il tetto, anziché in legno, con delle putrelle di ferro. Credo che all’epoca e nella zona fosse uno dei pochi tetti realizzati con questa tecnica.

Credo inoltre che questo sia stato l’ultimo lavoro eseguito dai due fratelli nella vecchia officina anche se, essendo troppo piccolo, ho un ricordo solo del tetto già realizzato ma non della sua costruzione.

Personalmente, pur essendo molto piccolo quando è mancato, ho un carissimo e dolcissimo ricordo di mio zio “Checo” e magari un giorno ne parlerò più apertamente in una letterina specifica.

Ora però ritorniamo al tema della vecchia officina che, privata del prezioso supporto di mio zio, mio papà mandò avanti da solo pur riducendo notevolmente la lavorazione. Va ricordato che questa attività era un arrotondamento al lavoro all’acciaieria ILVA e veniva quindi fatta nelle ore di libertà e cioè quelle serali, del fine settimana e del periodo delle ferie.

Se calcoliamo che gli orari in stabilimento erano di 10 ore giornaliere e si lavorava anche il sabato mattina potete pensare quanto poche fossero le ore rimanenti e quanti sacrifici comportasse questo “dopo lavoro”.

Alla divisione della proprietà del nonno tra i vari fratelli, a mio papà venne a mancare la disponibilità di questo locale e quindi individuò lo spazio per la nuova officina nella sua parte di eredità e cioè nella vecchia stalla che ormai da anni aveva perso il suo utilizzo originario.

Fatti pochi lavori di muratura, la vecchia stalla era pronta per accogliere le poche attrezzature. La vecchia stalla era all’incirca uno stanzone di 4 m x 8 m e questo spazio era diviso simbolicamente in due metà. La metà a nord era quella che ospitava le mucche, mentre quella a sud era quella destinata alle attività di lavoro e di ritrovo della stalla.

(A questo proposito, mi permetto di ricordare le tre letterine specifiche della stalla:
infanzia di nonno Antonio: la stalla e i suoi animali;
la stalla di nonno Antonio, laboratorio a 360°;
la stalla di nonno Antonio, antenata dei social di oggi).

I lavori riguardarono essenzialmente una grossa gettata di cemento per realizzare un pavimento più lineare e solido. Le pareti furono lasciate praticamente invariate, tanto è vero che nella parete nord furono lasciate, anche per un ricordo di un recente passato agreste, gli anelli ai quali venivano assicurate le mucche.

In questa parte venne poi sistemata la forgia. Un braciere in lamiera con sotto una ventola che mossa da una manovella aveva l’importante funzione del mantice e cioè creava un vortice di aria, più o meno forte, che alimentava il pezzi di carbone sui quali veniva posto il ferro fino a diventare incandescente e quindi malleabile alla lavorazione.

La rotazione della manovella, quando era possibile, era delegato ai bambini e io stesso ho il ricordo di aver passato molti momenti accanto al fuoco della forgia. Oltre al tenere vivo il fuoco, il compito di chi ruotava la manovella era quello di stare attenti al punto di riscaldamento del ferro. Doveva diventare incandescente ma non troppo e per questo motivo si doveva dosare la velocità di rotazione della manovella e di conseguenza la forza del fuoco.

Sulla parete destra dello spazio a nord venne poi sistemata una grande scaffalatura in legno, dove in ogni scomparto erano stati stivati, differenziati nei vari elementi, pezzi di ferro, accessori e piccole attrezzature. Venne sistemato inoltre un vecchio trapano a colonna e completamente manuale.

Questo grande trapano (che verrà più avanti sostituito da un trapano elettrico a colonna) poteva eseguire ogni tipo di foro in ogni tipo di materiale, ma forare era una operazione complicata e faticosa. Infatti mentre la mano destra doveva girare la grossa manovella che azionava il grande volano in alto, la mano sinistra doveva essere posizionata su un altro volano più piccolo la cui rotazione determinava la discesa del mandrino e quindi la discesa e la penetrazione della punta all’interno del materiale da forare.

Completava l’attrezzatura un grosso e curioso “bidone” che sfruttando la produzione di gas a del carburo di calcio a contatto con l’acqua, permetteva di alimentare dei “cannelli” dai cui ugelli usciva una forte fiammella che consentiva di fondere bacchette di ferro che andavano a depositare materiale liquido ferroso su due superfici incandescenti, realizzando così una primitiva, quanto efficacie saldatura chiamata “saldatura ossiacetilenica”.

Successivamente questa complicata e pericolosa tecnica basata sulla reazione chimica del carburo di calcio a contatto con l’acqua che sprigionava l’acetilene, venne sostituita da due bombole: una di ossigeno e una di acetilene mescolate nelle giuste dosi.

Questo tipo di saldatura è tutt’oggi utilizzato, con apparecchiature ormai sicure e addirittura trasportabili sui cantieri, soprattutto dagli idraulici.

Lo stesso carburo di calcio veniva utilizzato per le cosiddette “lanterne ad acetilene”.

L’acetilene è appunto il gas che viene prodotto dalla reazione chimica delle gocce di acqua a contatto con il carburo di calcio. L’acetilene è un gas infiammabile e produce una luce molto intensa che è possibile regolare attraverso una valvolina che determina la quantità di acqua che entra a contatto con il carburo.

Queste lampade furono inventate attorno alla fine del 1800 e furono inizialmente utilizzate dai minatori ma, successivamente, ebbero una diffusione anche per usi di illuminazione familiare.

Con l’immagine e il ricordo di queste lampade che noi usavamo anche per la ricerca delle lumache (chiocciole) nelle sere d’estate dopo i temporali, vi lascio momentaneamente e vi do appuntamento alla prossima letterina nella quale andrò a completare l’allestimento della seconda officina.

Nonno Antonio

L’immagine di copertina è di Alessandro Scarcella

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