Il sogno “tutto italiano” di una casa propria

Carissimi nipoti,
oggi vi voglio parlare del sogno, di una coppia o di una famiglia, di riuscire a costruire o ad acquistare una casa nel corso della propria vita. Il sogno e il mito della casa propria sembra essere particolarmente radicato solo in Italia.

Nella lettera precedente vi ho raccontato della forzata, quanto normale per quei tempi, convivenza della mia famiglia nella casa paterna per circa 20 anni.

Dopo la divisione delle proprietà, in seguito alla scomparsa del mio nonno Giov. Maria, mia mamma e mio papà decisero di coronare il sogno di una vita e cioè di avere finalmente una casa di proprietà. Al mio papà erano toccati in eredità la stalla, il fienile, un pezzo di cortile che confinava con un terreno dato a mio zio Gino (che costruirà in seguito una casa per il figlio), un pezzo di prato che confinava da un lato con il terreno già utilizzato da mio zio Francesco detto “Checo” per costruirci la casa che diventerà poi sede del “Bar Rondine”. Mentre dall’altro lato confinava con la strada che porta a Castelfranco.

La disponibilità finanziaria dei miei genitori era piuttosto limitata (un solo stipendio da operaio per una famiglia di cinque persone) e quindi la casa venne costruita come si suol dire “in economia”. Mio fratello Giancarlo aveva appena conseguito, con un corso serale perché di giorno lavorava, il diploma di geometra e quindi incominciò a studiare e a realizzare il progetto facendo così risparmiare il costo del tecnico.

Il progetto della casa prevedeva di recuperare e includere quello che prima erano la stalla e il fienile e aggiungere un’ala verso Castelfranco in modo da ottenere al primo piano un appartamento sufficientemente grande per un nucleo di cinque persone con la divisione, come si usava allora, del reparto giorno e notte. Nel fienile vennero quindi ricavate tre camere e un bagno mentre la cucina e un’altra stanza, che avrebbe dovuto essere la sala, trovarono spazio nella nuova ala.

Nel piano terra la stalla venne adibita ad officina (questo sarà il tema che tratterò nelle prossime letterine), mentre nella parte nuova venne ricavato uno spazio che, con l’acquisto della prima automobile da parte dei figli, venne usato come garage, nonché una cantina, un piccolo bagno e uno spazio per la caldaia.

Per i lavori grossi di muratura venne incaricata un’impresa edile del posto, mentre per tutto quello che era alle nostre portate venne realizzato piano piano da mio papà e da mio fratello utilizzando il periodo delle ferie e ogni momento libero dal lavoro.

Per contenere ulteriormente le spese, le finiture furono ridotte al minimo e rimandate a momenti migliori. Per esempio la coloritura esterna non fu eseguita né allora né in futuro mentre i muri interni del piano terra e del solaio rimasero per buona parte con i mattoni a vista e cioè senza la stabilitura.

Il primo piano, quello dove fu concentrata l’abitazione, invece venne finito nelle sue parti essenziali. Dal corridoio d’ingresso si passava alla cucina con un piccolo “sbriga cucina” ed ad un altro locale che avrebbe dovuto diventare sala ma che in realtà divenne un ripostiglio e lo rimase per sempre.

Da una porta del corridoio di ingresso si passava poi al reparto notte che si apriva su tre camere, una più ampia per i miei genitori e due più piccole per noi figli (una per i due maschi e una per la femmina). Tutte e tre avevano un accesso al bagno.

Tutti i locali erano corredati da termosifoni in ghisa che erano collegati all’impianto di riscaldamento che faceva capo alla caldaia (una grossa caldaia a gasolio) collocata nel piano terra.

L’arredamento era minimo e dozzinale ma a noi sembrava una reggia e non ci pareva vero di avere tutte le comodità su un solo piano e soprattutto tutte le stanze riscaldate. Bisogna ricordare che nell’abitazione precedente, che condividevamo con il nonni paterni, le stanze erano solo due (una su un piano e una sull’altro). Il solo locale riscaldato era la cucina con una stufa a legna e il bagno era comune ed era costituito da una semplice turca in un piccolo spazio costruito all’esterno della casa.

Quindi, con molti sacrifici, la casa fu portata piano piano a termine.
Tutto quanto poteva essere realizzato con il ferro, porte e finestre del piano terra e tutta la recinzione, venne fatto da mio papà e da mio fratello sempre negli orari serali, nelle ferie o in quelli che adesso chiamano “Week end”.

E’ proprio del modo di impiegare il “tempo libero” che le famiglie avevano 50 anni fa e dell’utilizzo della nuova nuova casa che parlerò nella prossima letterina.

Nonno Antonio

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