Tre generazioni sotto lo stesso tetto: pro e contro della famiglia patriarcale

Carissimi nipoti,

nella precedente lettera vi accennavo ad alcuni eventi importanti per la mia famiglia che si sono svolti nei cinque anni in cui io sono rimasto in convitto a Bergamo.

Vi dicevo della malattia di mio padre, della morte di mio nonno Giov. Maria, ma anche della costruzione della nostra nuova casa.

Per i primi (circa) vent’anni di matrimonio i miei genitori, con i loro tre figli, hanno vissuto assieme nella casa paterna. All’epoca non era insolito che i figli sposandosi restassero a vivere nella casa paterna in quanto le possibilità economiche non erano sufficienti per mettere su una nuova casa. Spesso al figlio che si sposava veniva assegnata una stanza, la camera da letto, mentre la cucina e tutti gli altri ambienti rimanevano comuni.

Queste situazioni di forzata promiscuità davano dei benefici ma potevano anche creare dei problemi. Infatti, se da un lato non mancava mai la compagnia e eventualmente l’aiuto reciproco, dall’altro lato potevano crearsi degli attriti più o meno importanti.

Tanto dipendeva dal carattere delle persone, ma sicuramente il figlio, negli orari liberi, continuava a sentirsi in dovere di aiutare i genitori nelle cura della campagna e degli animali mentre i genitori spesso si sentivano in diritto di continuare a comandare. Alla nuova coppia, poteva venire così a mancare quell’autonomia familiare fondamentale per la “buona salute della coppia” e per una corretta educazione dei figli.

Queste constatazioni/considerazioni le ho capite solo da adulto quando a mia volta ho avuto una famiglia. I miei genitori, tutto sommato, erano stati fortunati perché dopo alcuni anni di matrimonio, oltre alla camera, erano riusciti ad avere anche una stanza per la cucina che era esattamente a fianco da quella dei miei nonni.

Le cose in comune rimanevano però ancora tante. Quando ero piccolo il fatto di vivere a fianco e quasi insieme ai nonni mi piaceva e trovavo assolutamente normale passare da una porta all’altra, cioè dalla porta della mia cucina a quella dei miei nonni in qualsiasi momento della giornata.

La mia nonna paterna Maria è venuta a mancare nel febbraio del 1955 quando io non avevo ancora cinque anni. Di lei ho un’immagine molto vaga di una donnina minuta, tutta piegata in avanti. Al di là del cedimento scheletrico che l’aveva portata a questa postura che sicuramente la faceva soffrire molto, probabilmente c’erano anche altri problemi di salute, perché negli ultimi anni, a fianco e a sostegno dei nonni, si stabilì in pianta stabile la figlia, mia zia Caterina (per tutti Catina) che era rimasta vedova molto giovane.

I miei ricordi del nonno Giov. Maria e della sua casa sono quindi quasi esclusivamente legati al periodo in cui, al suo fianco, era presente mia zia Catina che però non aveva certo cambiato le abitudini del papà ma si limitava ad aiutarlo nell’igiene personale e nella conduzione della casa.

A quell’epoca il rispetto dell’anziano era radicato e scontato al punto che ai nonni e all’anziano non si poteva dare del “tu” e nemmeno del “lei” ma si dava del “voi”. Quindi quando dovevo rivolgermi a mio nonno, e con lui utilizzavo esclusivamente il dialetto, io dicevo: “oe nono”.

Questo modo di approcciasi non impediva però di avere un rapporto affettuoso. In quei tempi anche la pratica religiosa era molto diffusa e consolidata. Per esempio alla sera, ogni sera, il mio nonno aveva l’abitudine, prima di andare a dormire, di recitare il rosario con tutta la famiglia. All’ora prevista, tutta la mia famiglia andava nella cucina del nonno e, in ginocchio sulla sedia e mani sul tavolo, rispondeva al rosario che di solito veniva condotto dalla mia zia Catina.

All’epoca le preghiere erano ancora, strettamente e obbligatoriamente, recitate in latino, lingua che pochissimi avevano studiato e quindi le preghiere venivano memorizzate fin da bambino, ma spesso la pronuncia non era corretta e soprattutto non sempre se ne comprendeva a pieno il significato.

Con l’avanzare dell’età, mio nonno Giov. Maria ridusse progressivamente la lavorazione della campagna e l’allevamento degli animali e credo che la chiusura definitiva della stalla avvenne pochi anni dopo la scomparsa della moglie Maria.

Ora vi saluto e vi do appuntamento alla prossima lettera nella quale andrò a parlare della costruzione della nostra nuova casa.

Nonno Antonio

L’immagine di copertina è stata tratta da questo interessante articolo 

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