Nonno Antonio all’Esperia: la lontananza da casa, il telefono e altri aneddoti

Carissimi nipoti,
dopo le prime due lettere relative al mio ingresso nel convitto di Bergamo, vado a raccontarvi altri ricordi ed emozioni di quel periodo della mia vita.
Dovete sapere che a quell’epoca non c’erano i telefonini e anche i telefoni fissi nelle case erano molto rari.  C’erano i telefoni pubblici, le cosi dette “cabine telefoniche” negli edifici pubblici o nelle strade delle città.

Funzionavano a gettoni ma erano totalmente inutili se nelle case come quella dei miei genitori non c’era il telefono. Le rare volte in cui c’era un bisogno grave, si ricorreva all’esercizio pubblico più vicino che gentilmente si prestava ad avvisare la famiglia che si precipitava a rispondere. La comodità e i servizi degli attuali smartphone fanno sembrare le comunicazioni di allora vera e propria preistoria.

La distanza tra il mio piccolo paese e la città di Bergamo era di circa 50km e, per fortuna, era disponibile un buon servizio di autobus. Come ho già detto, nonostante quella che ora sembra una breve distanza, i miei ritorni a casa dal collegio avvenivano ogni due/tre mesi e quindi per me è stato un cambio di vita radicale. Scrivevo delle cartoline che però ci impiegavano un bel po’ per raggiungere la meta e altrettanto per ricevere una risposta. Per assurdo, alcune volte, ci si incontrava fisicamente prima dell’arrivo delle cartoline.

Per me le giornate più tristi in convitto erano le domeniche. Mi vengono in mente le parole della canzone “Azzurro” di Adriano Celentano: “Sembra quand’ero all’oratorio con tanto sole, tanti anni fa. Quelle domeniche da solo in un cortile a passeggiar….”. Se alla parola “oratorio” sostituisco “convitto o collegio”, queste parole descrivono perfettamente lo stato d’animo delle mie domeniche. Infatti la domenica il collegio si svuotava quasi completamente in quanto quasi tutti i genitori venivano a prendere i relativi figli.

Mi ricordo ancora i sabati pomeriggio o le domeniche mattina quando il grande portone in legno del collegio si apriva ed entravano spesso grosse automobili per prelevare i rispettivi figli. Io li guardavo con una punta  di invidia perché a me invece aspettava una domenica banale e pressochè solitaria passata in un collegio quasi vuoto e, non eccellendo negli hobby sportivi quali il calcio (all’interno c’era un campetto di calcio oltre ad una sala con alcuni giochi da tavolo), finivo per rimettermi a studiare.

La domenica sera, i ragazzi che erano ritornati dal loro week end, parlottavano allegramente raccontandosi, magari anche con qualche esagerazione e coloritura, le loro avventure (chi era  andato in montagna a sciare, chi al mare, chi al cinema, chi allo stadio) e questi discorsi non facevano altro che rattristarmi e sottolineare la mia differenza sociale.

Con il passare dei mesi di permanenza in convitto e di frequentazione della scuola, per fortuna, ho incominciato ad ambientarmi e il mio disagio per questa nuova vita è andato diminuendo. Una parte importante in questo adattamento la devo anche ai miei zii che abitavano a Mozzo, un paese alla periferia di Bergamo. Infatti mio zio Guglielmo, fratello della mia mamma, ogni tanto la domenica attorno alle 11 veniva a prendermi per portarmi a casa sua a mangiare.

Mio zio Guglielmo e mia zia Lucia (per tutti Ninì) sono sempre stati molto gentili e molto ospitali con me e ricordo con piacere questi momenti passati con loro e con il loro figlio Gianpietro, tra l’altro mio coetaneo, con il quale al pomeriggio, facevo una camminata nei dintorni prima di rientrare in collegio. Era un modo per rompere la monotonia e la solitudine del collegio e per prendere contatto con una parte della famiglia utilizzando il nostro dialetto bergamasco al quale sono sempre stato molto affezionato.

Cinque anni sono lunghi ma mese dopo mese, anno dopo anno, anche se l’impegno scolastico aumentava, incominciavo però ad intravvedere la meta finale del diploma. La vita in convitto diventava sempre meno pesante perché con il quarto anno le libertà di movimento all’esterno aumentavano e all’interno c’era molta più autonomia.

Infatti, se fino alla terza dormivamo in camerate di una ventina di ragazzi e per studiare bisognava stare in una sala comune, dalla quarta in avanti ciascun ragazzo aveva a disposizione una piccola cameretta. Si trattava di una stanzetta dove c’era un letto singolo, una scrivania, un piccolo guardaroba e un lavandino ma per me e per gli altri ragazzi era una grande conquista perché potevamo ritirarci nella nostra camera quando e quanto volevamo.

Potevamo studiare senza essere disturbati e nelle ore che più preferivamo e, attrezzati di un fornellino da ca,po, potevamo anche farci il caffè o qualche bevanda calda. Naturalmente i bagni erano in comune sul piano e per mangiare ci si riuniva tutti nel locale refettorio.

Un’altra cosa bella era che, pur contenendo il volume, potevamo ritrovarci per qualche momento nella nostra cameretta, con qualche amico per chiacchierare un po’ o per studiare assieme; insomma stavamo crescendo e ci sentivamo appagati per la fiducia e l’autonomia che ci veniva concessa.

Se da un lato l’ambientamento e l’abitudine alla vita di collegio lontano da casa aumentava, dall’altro lato diminuiva il ricordo e la partecipazione della vita e degli avvenimenti familiari. In particolare in questi anni nella mia famiglia ci sono stati degli eventi straordinari, non tutti belli, ai quali io ho partecipato solo marginalmente.

Mi riferisco ad una importante malattia di mio papà che i miei genitori per non preoccuparmi mi hanno tenuto il più possibile all’oscuro. Ho un’immagine della mia mamma che, in uno dei miei rientri mentre stava mescolando la polenta, scoppiò a piangere e mi confido poi la preoccupazione per il papà. Fortunatamente, anche se è stata lunga, la malattia si è risolta.

Un altro evento tragico che ho appreso in collegio è stata la morte del mio amato nonno Giov. Maria che se ne è andato il 7-02-1968 all’età di 95 anni. Non era ammalato ma mi è stato detto che si è spento di vecchiaia (all’epoca erano pochi che vivevano così a lungo). Si è spento come una candela perchè la “sua cera” era tutta consumata ed è bastata una banale influenza per portarselo via.

Mio nonno, come d’altronde gli uomini di allora, non era un tipo molto tenero con i bambini (forse gli uomini di allora si vergognavano a mostrare i propri sentimenti perché dovevano mantenere la figura autoritaria che il ruolo conferiva), ma negli ultimi anni aveva abbandonato questo suo ruolo e aveva mostrato i suoi veri sentimenti.

Lo ricordo seduto su una sedia fuori casa, il cappello in testa, il bastone tra le mani e un sigaro in bocca che ogni tanto accendeva o morsicchiava. Ogni volta che rientravo e ripartivo per il collegio, andavo a dargli un bacio che contraccambiava con un sorriso sotto i suoi baffoni.  E’ proprio questa immagine del bacio, il contatto di un viso scarno e spesso ispido (la barba all’epoca la si faceva normalmente una volta alla settimana) ma lo sguardo dolce che tradiva l’amore e l’emozione per il saluto del nipote, che mi rimane di lui.

E, come per la malattia del mio papà, ho il rimpianto di non aver potuto essere più presente per condividere e aiutare in questi momenti difficili.

L’ultimo evento importante di quegli anni per la mia famiglia è stata la costruzione della casa in quelli che erano i locali della stalla e del fienile.
A questo argomento voglio dedicare la prossima lettera, perciò ora vi saluto e vi do appuntamento a presto.

Nonno Antonio

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