Alberto Pellai: perché le fotografie dei nostri figli non vanno condivise sui social

Ne abbiamo discusso tante volte in famiglia, soprattutto dopo la nascita del nostro progetto Famigliaontheroad. Come tutelare i nostri figli? E’ giusto condividere le loro fotografie sui social?
La nostra decisione è stata quella di limitare la presenza dei loro volti a poche immagini, prediligendo quando possibile scatti da altre prospettive. Quale sarebbe però la cosa più giusta?

Lo abbiamo chiesto ad una delle voci più autorevoli nel mondo dell’età evolutiva. Alberto Pellai, che avevamo intervistato alcuni mesi fa sul tema “viaggi e figli”, è un medico e psicoterapeuta, nonché ricercatore presso l’Università degli Studi di Milano. Grazie ancora a lui per la disponibilità e spazio, finalmente, alle sue parole.

Con la decisione di aprire un blog per famiglie abbiamo scelto, inevitabilmente, di metterci in qualche modo in vetrina. Abbiamo però sempre cercato di limitare l’esposizione mediatica dei nostri figli condividendo soltanto 4/5 fotografie di “famiglia” e fotografie dove gli stessi non siano riconoscibili (di spalle, da lontano, da sopra…). Questo non succede, per esempio, in alcuni blog simili al nostro dove la condivisione di fotografie dei minori è più che quotidiana…

Qual è la Sua opinione in merito?

Credo che sia saggio evitare di esporre le immagini dei nostri figli nei nostri social. Anch’io che ho una pagina Facebook molto seguita e parlo spesso dei miei figli non ho mai pubblicato le loro fotografie e li ho sempre resi invisibili all’interno delle mie attività online.

Credo che questo sia protettivo nei loro confronti, sia perché un minore ha poca capacità di dare un consenso informato rispetto alla sua presenza in siti e social online. Intendo per consenso informato la capacità di un minore di prevedere tutte le implicazioni e le conseguenze che derivano da una presenza all’interno di un contesto virtuale in cui persone che non conosce possono familiarizzare con la sua immagine e farne utilizzi che magari lo stesso figlio non condivide.

Infine, credo che mostrare molta cautela nel mostrare l’immagine dei nostri figli all’interno dei nostri social, ci renda poi più credibili e autorevoli quando, come genitori, dobbiamo dare a loro regole e limiti precisi rispetto alla pubblicazione di fotografie e immagini che riguardano loro in prima persona oppure persone della loro cerchia di conoscenze.

I ricordi di famiglia e dei momenti di crescita dei figli divengono pubblici, senza che i diretti interessati ne diano il consenso. Non dovrebbe essere legalmente garantita la tutela della privacy del minore?

In effetti, questo è un grande problema. Vale in questo caso ciò che ho scritto nella risposta precedente in relazione al concetto di consenso informato. Finché sei minore, hai minor consapevolezza e capacità di prevedere ciò che i tuoi comportamenti online implicano e le conseguenze che ne possono derivare.

Sarebbe utile che ci fosse una legislazione chiara di tutela della privacy del minore nell’online, che essendo però un territorio totalmente accessibile, senza garanti e senza “controllori del traffico” rimane una sorta di zona franca, dove tutto può avvenire.

Esco un poco dal tema, per farLe una domanda che mi sta davvero a cuore. Ogni giorno incontro bambini seduti sui loro passeggini che, piuttosto che godersi la vista di ciò che sta loro intorno, sono completamente assorti nel guardare il video di uno smartphone. Stesso discorso al ristorante e in mille altre situazioni. Che figli stiamo crescendo?

E’ un peccato che sempre più precocemente e sempre più spesso i piccolini si trovino coinvolti in situazioni come quella descritta nella domanda.

Come ho già scritto in un mio articolo: “Forse, noi adulti non ce ne rendiamo conto. Ma mettere un bambino davanti ad uno schermo per calmarlo – quando ha solo 1,2 o 3 anni – significa predisporlo in modo inequivocabile alla dipendenza. Ovvero, disabituarlo a rimanere sintonizzato con le proprie emozioni e sensazioni e non spingerlo ad usare le relazioni con chi si prende cura di lui come metodo “principe” per attraversare una zona di disagio e ritornare alla calma e alla tranquillità.

E’ vero, uno schermo in un istante blocca le iperattivazioni emotive, congela tutto. Ma da lì a qualche tempo, quel congelamento artificiale, dovrà diventare altro. Come genitori, come educatori, come adulti responsabili dovremmo sapere che quando un bambino è agitato, l’ultima cosa che gli serve per tranquillizzarsi è avere uno schermo davanti agli occhi”.

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