Infanzia di Nonno Antonio: la stalla e i suoi animali

Carissimi nipoti,
nella lettera in cui vi ho parlato del Carnevale dicevo che, per vestirci, ci trovavamo nella stalla.
Credo che sia necessario e interessante parlare un po’ di questa parte della casa che una volta era fondamentale e che oggi difficilmente si può trovare o neanche immaginare.

Nella casa in cui sono nato io, come in quasi tutte le case del mio piccolo paesino, c’era una stalla. Se cerchiamo la definizione etimologica troviamo che per stalla si intende un luogo di ricovero per animali e in particolare dei bovini.
La stalla però, come la ricordo io e come credo sia stata fino alla metà del secolo scorso, aveva, a fianco della parte destinata al ricovero degli animali, uno spazio vuoto che era parte importante ed integrante della casa (di questo argomento voglio dedicarvi un capitolo a parte).

Le stalle ad uso famigliare, vuoi per i costi di acquisto delle mucche, vuoi per la difficoltà di reperire durante l’estate la quantità necessaria di foraggio per coprire l’alimentazione dell’intero inverno, di solito avevano due mucche. Gli altri animali quali maiali, galline e conigli erano ricoverati all’esterno della casa spesso in fatiscenti strutture in legno. Le mucche diventavano parte integrante della famiglia e, come per un attuale animale da compagnia, riconoscevano il padrone e capivano le sue parole, i suoi ordini, ma anche i suoi complimenti, e avevano un nome.

Io ricordo ancora i nomi delle ultime due mucche che furono allevate a casa mia dal mio nonno ed erano: “Leunö” che stava per leonessa, probabilmente a sottolineare l’aspetto maestoso e “Bianchinö” che probabilmente si riferiva ad una mascherina bianca che aveva sulla faccia.

Le mucche sono particolarmente golose di sale e quindi, quando si volevano lodare per un comportamento o un lavoro eseguito bene, gli si dava una manciata di sale che leccavano con ingordigia dalla mano del padrone.

Due mucche erano sufficienti a garantire una alimentazione ad una famiglia in quanto il latte, oltre che per il consumo giornaliero serviva anche per preparare il burro e qualche stracchino o formaggio artigianale. Il burro veniva preparato con un attrezzo curioso che si chiamava “zangola” ma che nel dialetto bergamasco  si chiamava “budrierö”.

In pratica era una specie di cilindro di legno all’interno del quale si inseriva il latte e poi, attraverso ad uno stantuffo che correva all’interno del cilindro, il latte veniva emulsionato fino a formare una pasta abbastanza densa che veniva poi pressata in appositi stampi di legno.

Una volta asciugata e ulteriormente addensata, la pasta era pronta per essere tolta dallo stampo di legno ed ecco il famoso panetto di burro che spesso riportava in rilievo l’immagine di una mucca in quanto nello stampo era stata scolpita in negativo questa immagine. Oggi queste operazioni sono tutte meccanizzate ma una volta serviva tanto tempo e tanta fatica per riuscire a far passare il latte dallo stato liquido a quello cremoso ma il risultato che si otteneva, in profumo e sapore, giustificava ogni fatica.

Come si sa le mucche, come ogni mammifero, iniziano a produrre il latte per nutrire la propria creatura e continuano così all’incirca per un paio d’anni dopo di che è necessario ingravidarle per stimolare nuovamente la produzione di latte. La durata di questo intervallo tra la produzione di latte e la nuova gravidanza, è molto legato al tipo di sfruttamento più o meno intensivo nella produzione di latte. La mucca può vivere tranquillamente 20 anni, ma può arrivare anche a 40 e, nel corso della sua vita, si dice che possa avere un massimo di 7 gravidanze. Purtroppo al giorno d’oggi ci sono degli allevamenti intensivi che sfruttano al massimo la produzione di latte (può arrivare anche a 25/30 litri al giorno) con una alimentazione particolare, avvicinando il periodo di ingravidamento. Il tutto porta ad una sempre più scadente qualità di vita dell’animale e ad un accorciamento sempre più rapido della vita totale della mucca.

Pensate anche alla sofferenza del vitello e della madre che, per non perdere giorni di produzione del famoso liquido bianco, vengono separati subito alla nascita mentre strazianti muggiti di ricerca, si odono per giorni interi.

Torniamo nella stalla “tipo” di nonno “Gianmaria”, ai ritmi certamente più blandi e più naturali della metà del ‘900 quando l’evento dell’ingravidamento di una delle due mucche veniva seguito con particolare premura e attenzione. Bisogna ricordare che durante il parto ci potevano essere dei problemi per la mucca e non ci si poteva permettere di rischiare di perdere metà del sostentamento della famiglia. Oltre che per la mucca, l’attenzione era rivolta anche al vitello perché sarebbe stato anch’esso, una volta svezzato, una fonte considerevole di guadagno.

Arrivato il tempo del parto, si chiamavano alcuni uomini del paese che avevano dimestichezza in questo mestiere (non credo che allora ci fosse il veterinario) e i bambini, credo per un senso di pudore, venivano allontanati e questi uomini non lasciavano la stalla fino a quando il vitello non era nato.

Per chi come mio nonno aveva solo una piccola stalla e non si poteva permettere un animale da tiro come un cavallo, le mucche servivano anche per trainare il carretto quando si doveva andare nei campi a recuperare l’erba, il fieno o il granoturco.

Questo carretto aveva un timone centrale e le due mucche venivano imbragate attorno al timone con un particolare attrezzo che si chiama “giogo” ma che in dialetto bergamasco si chiama “douff”.

Ultimo, ma non per importanza, prodotto delle mucche era il letame che permetteva, di concimare i prati e i terreni e in questo modo il ciclo si chiudeva.

Riassumendo, le due mucche della stalla “tipo” di mio nonno producevano: calore con il loro fiato; latte per il consumo giornaliero e per la preparazione di burro e formaggi; un vitello ogni paio d’anni; erano un mezzo di traino per il carretto e fornivano ottimo letame naturale per concimare prati e terreni.

Quindi cari nipotini quando negli scaffali dei supermercati o sulle vostre tavole vedrete questi prodotti, ricordatevi da dove vengono. Ricordatevi dalle buona e mansueta mucca da sempre fedele amica dell’uomo che, in silenzio, nell’ombra e con grandi sacrifici, ha sfamato intere generazioni. Se poi vi sarà possibile, nel vostro futuro di apprendimento culturale e lavorativo, cercate di difendere sempre questo umile animale impedendo che venga inserito in un ciclo di sfruttamento sempre più intensivo affinchè possa condurre una vita più vicina possibile al suo ciclo naturale. Si perderanno alcuni litri di latte ma si guadagnerà in qualità dello stesso e soprattutto nella qualità della vita dell’animale.

Mentre rileggevo questa lettera mi è venuta in mente la poesia (ai miei tempi il metodo di insegnamento prevedeva di imparare a memoria alcune poesie classiche) di Giosuè Carducci “Il Bove” scritta dal poeta nel novembre del 1872 guardando il lavoro che essi facevano per alleggerire la fatica dell’uomo. Il bue è una selezione della mucca fatta per aumentare le caratteristiche di forza e di capacità di lavoro di questo animale.

Penso che, il riportarne il testo, sia il modo migliore per chiudere questa mia piccola carrellata  nel mondo agreste della mia infanzia e, per rendere più comprensibile il testo che risente del linguaggio del 1880, riporto una parafrasi della famosa poesia.

 

Il bove

Ti amo o pio bove; che mite mi infondi nel cuore
un sentimento di forza e di pace,
e che imponente come un monumento
guardi i campi vasti e fertili.

O che piegandoti di buon grado al giogo
assecondi lento il veloce lavoro dell’uomo:
egli ti esorta e ti pungola, e tu gli rispondi con il lento
movimento dei tuoi occhi pazienti.

Dalla  larga narice umida e nera
esala il tuo alito, e come un canto felice
il muggito si perde nel cielo sereno.

E nella severa dolcezza dell’austero occhio azzurro
si rispecchia vasto e tranquillo il celeste
silenzio delle verdi pianure.

Credo che la bellezza della poesia non abbia bisogno di commenti quindi vi faccio un caro saluto e un arrivederci alla prossima!
Nonno Antonio

L’immagine di copertina è di Paolo Piscolla. Le altre immagini sono state liberamente tratte dalla rete.

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