La stalla di Nonno Antonio: un laboratorio a 360°, lavori e socialità

Carissimi nipoti,
nella lettera precedente ho parlato della stalla “tipo” di mio nonno “Giov. Maria” e, in generale, delle stalle familiari della metà ‘900. Mi sono però limitato a parlarne quasi esclusivamente come ricovero delle mucche.
In effetti accennavo che, a fianco dello spazio utilizzato dalle mucche, c’era sempre uno spazio vuoto che entrava a pieno titolo a far parte della casa. Quindi, in questa lettera, cercherò di parlare di quali erano le funzioni e l’importanza di questo locale che, all’occorrenza, poteva diventare un vero e proprio laboratorio e centro di socializzazione (quest’ultimo aspetto credo che lo svilupperò meglio in un prossimo articolo).

Nella stalla di mio nonno, in questo spazio c’erano un paio di panchine spartane. Uno dei lavori che si svolgeva al suo interno era la “sfogliatura” del granoturco o meglio la “shcarfogliatura” in dialetto bergamasco. Infatti a novembre, quando venivano raccolte le pannocchie di granoturco, queste venivano ammucchiate contro la parete difronte alle panchine e per alcuni pomeriggi e sere, tutta la famiglia si dedicava appunto alla sfogliatura.

Era un’operazione che richiedeva parecchi giorni (naturalmente tutto dipendeva dalla quantità del raccolto). Venivano tolte gran parte delle “foglie” che rivestivano la pannocchia e ne venivano lasciate due o tre, le più robuste, che servivano poi per legare tra di loro una quindicina di pannocchie formando un piccolo covone che poi, unito ai tanti altri, veniva appeso a seconda della disponibilità del posto sui soffitti in legno, nei portici o anche nella casa oppure messi su rudimentali rastrelliere. Lo scopo era lo stesso e cioè quello di far asciugare bene le pannocchie in modo che non ci fossero processi di formazione di muffe.

Durante questa operazione, a cui partecipava tutta la famiglia (nonno, nonna, papà, mamma, fratelli sorelle) si parlava, si raccontava, si cantava e i bambini più piccoli di solito giocavano con le foglie staccate o con la “barba del granoturco” (dei filamenti lunghi che escono dall’alto della pannocchia) andando a scegliere quella più lucente e colorata e appartandone un po per il travestimento del successivo carnevale.

Qualcuno si divertiva anche ad intrecciare, con le tre/quattro foglie rimaste, una treccia. Lo scarto della copertura delle  pannocchie di granoturco, in tempi ancora più lontani, era diventato anche materiale di imbottitura per rudimentali materassi ma, ai miei giorni e per quello che mi ricordo, veniva sparso come letto ai piedi delle mucche per poi finire come letame. Era comunque un materiale che valeva poco tanto è vero che era stato coniato il termine secondo il quale quando qualcuno valeva poco veniva, poco elegantemente,  apostrofato “shcarfoi”.

I covoni di granoturco, ritornavano poi nella stalla verso la primavera, quando erano ormai secchi e quindi pronti per la sgranatura.

La sgranatura poteva venire fatta a mano anche dai bambini oppure con delle piccole macchine con movimento manuale che successivamente sono state sostituite con delle sgranatrici meccaniche sempre più veloci ed automatizzate.

La parte interna delle pannocchie, “i tutoli”, venivano usati per l’alimentazione delle stufe o dei camini anche se la loro consistenza era piuttosto leggera e quindi bruciavano molto velocemente e per questo motivo venivano impiegate soprattutto per favorire l’accensione della vera legna.

Per il mondo contadino, il periodo autunnale e invernale era un periodo abbastanza libero dai lavori dei campi, però questo tempo non veniva sprecato ma serviva per sistemare o creare tutti quegli attrezzi che poi sarebbero serviti nel corso dell’anno per i lavori in campagna e, quasi tutte queste operazioni, venivano fatte, al coperto e al calduccio, in questo locale della stalla. Ecco quindi che il nonno incominciava a passare in rassegna i vari rastrelli sostituendo gli eventuali denti spezzati o mancanti o i manici rotti.

Bisognava scegliere il legno adatto, quello più duro,  lavorarlo a mano fino ad ottenere più o meno la forma desiderata e poi inserirlo con una certa pressione nell’apposito foro.

Gli attrezzi della campagna erano quasi tutti in legno e quindi, dopo i rastrelli, bisognava controllare i forconi, il carretto, la carriola, le botti per il vino, qualche gabbia per conigli da sistemare o da rifare e tante altre ancora. Gli attrezzi che il nonno usava principalmente per le riparazioni erano: un piccolo falcetto (“puditì”) che teneva sempre in tasca, una piccola ascia, una sega a mano e qualche rudimentale raspa, qualche chiodo. Spesso la tenuta dei vari pezzi di legno era favorita dal naturale metodo dell’inzuppare il legno nell’acqua.

Ecco quindi che gli attrezzi e le botti, prima di essere usati, venivano messi a bagno per qualche ora in acqua. Io lo faccio ancora adesso: quando si avvicina la stagione di fare l’orto prendo i miei attrezzi, vanga, badile, zappa e rastrello che, inevitabilmente dopo alcuni mesi di non utilizzo, hanno i manici che si muovono, e li immergo per una giornata in un barile in cui raccolgo l’acqua piovana, e dopo questo semplice trattamento, i manici sonno perfettamente fermi attorno all’anello dell’attrezzo relativo.

C’era poi la volta delle falci il cui ferro andava “battuto” per renderlo più sottile possibile e quindi più tagliente. Era un’operazione abbastanza delicata che richiedeva molta pazienza e molta abilità. Di solito ci si sedeva su uno sgabello o anche per terra. Un piccolo incudine veniva fissato su un ceppo, se si era seduti sullo sgabello, o per terra se si era seduti per terra e la lama della falce si appoggiava sulla parte alta dell’incudine, mentre veniva colpita con precisione, leggerezza e regolarità con un apposito martelletto. La battitura di una sola falce poteva richiedere anche alcune ore e non era difficile sentire questo ritmo particolare di metallo contro metallo, anche a distanza di qualche isolato e quindi si sapeva per esempio che “Il Braghì” stava battendo la randö cioè stava affilando la falce.

Alla fine era la volta dell’affilatura definitiva con una “cote” o “predö” che era in pratica una pietra dura, usata sempre bagnata, tanto è vero che era custodita in una specie di fodero pieno d’acqua chiamato “coder”. Il “cote” veniva passata più volte e in varie direzioni per rendere ancora più sottile e quindi più tagliente la parte terminale della falce che precedentemente era stata battuta.

L’affilatura con il “cote” (come si può vedere nel dipinto di Raffaele Faccioli qui riportato) verrà eseguita anche periodicamente durante l’utilizzo della falce. Dopo alcuni momenti di utilizzo il contadino si alza e tenendo la falce in posizione verticale esegue alcuni passaggi rapidi sotto/sopra della lama stando attenti a non mettere il “cote” in posizione verticale rispetto alla lama perchè farebbe perdere “il filo” della lama e quindi l’affilatura e, naturalmente, facendo attenzione a non avvicinare troppo la mano alla lama per non tagliarsi.
Io utilizzo ancora il cote per l’affilatura del mio falcetto e di alcuni coltelli.

Passati in rassegna tutti gli attrezzi veniva il turno anche degli zoccoli. Infatti i contadini, nei lavori di cura degli animali, usavano portare ai piedi dei rudimentali zoccoli (gli stivali non esistevano o costavano troppo cari), alti almeno 4/5 cm. Avevano la funzione di tenere sollevato il piede da terra preservandolo il più possibile dall’essere contagiato dal letame che giaceva attorno alle mucche durante la sua pulizia o al fango del terreno durante il trasporto in un angolo dal vicino prato.

Il letame, per essere pronto da spargere nei terreni, doveva “maturare” e cioè fermentare per parecchi mesi e per questo la catasta doveva essere sempre bella compatta e periodicamente rigirata per favorire e propagare la fermentazione a tutto il mucchio (infatti non è raro vedere nelle campagne in pieno inverno questi mucchi che fumano).

Il mio nonno si sistemava quindi nella stalla, seduto su un rudimentale sgabello e, davanti ad un ceppo di legno, con l’accetta incominciava a sgrossare un pezzo di legno che precedentemente aveva appartato. Non sono in grado di ricordare quale qualità fosse ma poteva essere legno di pioppo facilmente modellabile, sufficientemente compatto e leggero.

Colpo dopo colpo si incominciava ad intravedere una forma simile ad un grossolano zoccolo. A questo punto incominciava a sgrossarne un altro cercando di farlo il più simile possibile. Ottenuti i due blocchi passava a rifinirli con una lama più sottile e con la raspa. Ci appoggiava sopra il piede e guardava soddisfatto il suo lavoro. Non saranno di certo stati degli zoccoli anatomici ed esteticamente perfetti ma quantomeno contenevano per intero il piede ed erano pressapoco alti uguali.

Ora non rimaneva altro da fare che prendere un pezzo di cuoio, magari recuperato da una vecchia scarpa, e tagliare una fascia che applicata con dei chiodini alla parte laterale dello zoccolo, costituiva una rudimentale, ma efficiente tomaia.

Quando penso a questa scena mi tornano in mente le scene del celebre film “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi girato nel 1977 proprio nelle campagne della bassa bergamasca e quindi non lontano da quel mondo agreste in cui aveva vissuto mio nonno e che ho fatto in tempo a vedere, sia pure nella sua fase finale, nella mia infanzia.

Cari nipotini, per stuzzicare la vostra curiosità ad andarlo a vedere per intero, voglio raccontarvi un poco la trama partendo dall’immagine del protagonista.

La vicenda è ambientata nelle campagne bergamasche di fine ‘800; gli attori sono tutta gente comune del posto e i dialoghi sono volutamente in dialetto. Il protagonista è un bambino di 6 anni, Menèc (Domenico). Menèc, che è un bambino sveglio e intelligente, deve fare ogni giorno 6 chilometri a piedi per andare a scuola e un giorno torna a casa con uno zoccolo rotto. Non avendo i soldi per comperare un paio di scarpe il padre Batistì (Battista) decide di tagliare di nascosto un albero per fare un nuovo paio di zoccoli al figlio.

Il padrone della cascina però viene a saperlo e alla fine viene scoperto il colpevole: la famiglia di Menec, composta dal padre Batistì, dalla moglie Battistina e dai tre figli, di cui uno ancora in fasce, caricate le povere cose sul carro, viene cacciata dalla cascina.

Anche se la vicenda cinematografica sarà stata un poco enfatizzata, è una storia che, ai nostri occhi, sembra inverosimile. Il fatto che all’epoca non ci fossero soldi per acquistare delle scarpe e quasi tutti usassero dei rudimentali zoccoli era sicuramente vero, mentre sembra veramente esagerata la reazione del padrone della cascina che ha cacciato un fattore per aver tagliato un piccolo pioppo per farne degli zoccoli per il figlio.

Lo scopo del regista, che per questo film ha ricevuto moltissimi premi, credo sia stato quello di descrivere la realtà contadina dell’epoca ma anche quello di mostrare alle nostre generazioni quanto siano fortunate e quindi sollecitarle ad essere contente, ad apprezzare quanto hanno (ed è veramente tanto) e a coltivare uno spirito attento e caritativo verso i meno fortunati.

E questo, cari nipotini, vuole essere anche lo scopo di nonno Antonio nel sottoporvi questi fatti e queste riflessioni.

Un caro saluto e un arrivederci,
nonno Antonio

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